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Obesità: fra markers di laboratorio ed ormoni che cercano di tenere la bilancia in equilibrio

L’obesità non è affatto un fenomeno semplice. Questo è sempre stato sospettato, vista l’enorme quantità di dati biologici, statistici, epidemiologici, alimentari e socio-culturali che si celano dietro. Ora, almeno un nuovo meccanismo genetico, ormonale o alimentare viene pubblicato ogni anno sull’argomento, rendendo il quadro un “mare che si estende nell’oceano”. Le proiezioni, tuttavia, indicano che entro il 2020, in alcuni paesi, 7 persone su 10 saranno in sovrappeso o obese. L’OMS aveva previsto che gli adulti in sovrappeso saliranno a 2,3 miliardi e oltre 700 milioni con l’obesità entro il 2016. Inoltre, con l’invecchiamento della popolazione mondiale, si stima ora che per la maggior parte dei paesi del mondo circa il 20% delle persone dopo l’età sessantacinque sono affetti da obesità. Sotto determinati aspetti, l’attuale epidemia globale di obesità deve essere considerata come un processo non trasferibile nel contesto della globalizzazione. Infatti, per quanto riguarda la Salute Pubblica, questo processo ha un impatto importante sui determinanti sia economici che sociali. A questo proposito, vi sono prove crescenti che le tendenze globali dello stile di vita, il comportamento alimentare e l’adattamento culturale contribuiscono tutti al rapido aumento della malattia.

Fino a 10 anni fa non c’erano pennarelli a disposizione per prevedere o “etichettare l’obesità. Incredibilmente, la VES e la proteina C reattiva (CRP) erano gli indici infiammatori unici della medicina di laboratorio. Ma altre proteine ​​plasmatiche possono essere buoni marcatori diagnostici dell’infiammazione. VES e PCR sono definite “proteine ​​della fase acuta” e indicano solo la presenza di un’infiammazione; ma non specificano dove sia o il suo corso. L’obesità altera l’omeostasi metabolica sistemica e induce un aumento del tessuto adiposo viscerale, che a sua volta produce un processo infiammatorio con un aumento di numerose citochine pro-infiammatorie. In condizioni normali, gli adipociti bianchi accumulano lipidi mentre i macrofagi del tessuto bianco rilasciano arginasi e citochine antinfiammatorie (IL-10 e IL1RA). In condizioni di obesità, il tessuto adiposo bianco viscerale si infiamma per un’azione combinata tra adipociti e macrofagi: i primi crescono in numero e dimensione, i secondi si infiltrano nel tessuto, aggregandosi attorno agli adipociti in decomposizione. Di tutte le adipochine secrete dal tessuto adiposo, oltre 20 circolanti sono aumentate di concentrazione nei soggetti obesi.

Alcune di queste come CRP, aptoglobina e amiloide-A sono proteine ​​della fase acuta, prodotte principalmente in risposta allo stimolo infiammatorio indotto dall’obesità viscerale. Molte delle molecole rimanenti sono citochine infiammatorie prodotte dai macrofagi, ad eccezione di FABP-4 e leptina, che sono invece prodotte dal tessuto adiposo. Un’analisi della letteratura (2010) riferita all’utilizzo della determinazione quantitativa con metodi immunometrici di diverse adipochine umane circolanti nell’obesità e nella sindrome metabolica, mostra che tra le adipochine rilevate, la leptina era il marker più studiato (55,8%), seguita da adiponectina (25,6%) e resistina (8,3%). Altri studi si sono concentrati sull’aptoglobina, che è in parte prodotta dal tessuto adiposo, le cui concentrazioni plasmatiche sono correlate a quelle dell’insulina, indipendentemente da altri fattori di rischio metabolico e cardiovascolare. L’interleuchina 6 (IL-6) è una citochina pro-infiammatoria prodotta anche in parte nel tessuto adiposo. Esiste una stretta relazione tra il grado di obesità e le concentrazioni di IL-6, a conferma che l’obesità è caratterizzata da un’infiammazione generalizzata di basso grado.

IL-6 può essere facilmente misurato nel plasma sanguigno; quindi potrebbe essere tra i marcatori facili da rilevare dell’infiammazione nascosta pre-obesità. Lo stesso vale per il fattore di necrosi tumorale (TNF-alfa), un’altra citochina alta nella flogosi sistemica o d’organo, che è facilmente misurabile sia nel plasma che nelle urine. Oggi sono molte altre le adipochine che sono testabili sul plasma sanguigno, come la omentina, la visfatina, la resistina ed altre ancora anche se non sono ancora presenti di routine nei laboratori analisi cliniche. Ma ci possono essere connessioni anche con ormoni cerebrali che gli scienziati non conoscono appieno. Per fare un esempio, una ricerca pubblicata 3 anni fa suggerisce che un nuovo ormone chiamato asprosina innesca la fame nel cervello. Esso è prodotto dai grassi e che regola i livelli di zucchero nel sangue, agendo sul fegato e “dicendogli” di rilasciare glucosio. nel sangue. Ora, il team ha dimostrato che l’ormone colpisce anche l’ipotalamo del cervello, regolando l’appetito e il peso. Quando l’ormone è stato scoperto nel 2016, il motivo riguardavao due pazienti con una malattia genetica molto rara chiamata sindrome del progeroide neonatale (NPS).

Uno dei sintomi della malattia è l’estrema magrezza, perché il corpo non è in grado di accumulare grasso. I ricercatori sono stati in grado di identificare una mutazione genetica dell’NPS responsabile di una carenza di asprosina. È significativo che i ricercatori abbiano anche scoperto che l’ormone stimola due tipi di neuroni. Esistono due tipi di neuroni coinvolti nel controllo dell’appetito: un tipo, i neuroni AgRP, stimola l’appetito mentre l’altro tipo, i neuroni POMC, lo sopprime. L’asprosina agisce su entrambi i tipi di neuroni in modo opposto, attiva i neuroni dell’appetito stimolanti AgRP e disabilita i neuroni POMC che sopprimono l’appetito. E più recentemente, anche la neuromedina U è risultata un altro ormone cerebrale che che può agire come un freno al mangiare compulsivo e al desiderio di cibo spazzatura. Neuromedina U è un neuropeptide cerebrale umano e dei mammiferi, che ha diverse funzioni biologiche tra cui la percezione del dolore, la contrazione della muscolatura liscia, la regolazione della pressione sanguigna e la fame. L’attività della neuromedina U è mediata da due recettori, NmUR1 e NmUR2 e quest’ultimo si trova principalmente nel cervello, con massima espressione nell’ipotalamo.

Il nucleo paraventricolare dell’ipotalamo (PVN) è un sito importante per il rilascio di CRH, un ormone che controlla indirettamente il cortisolo, l’ormone dello stress. Questo suggerisce un ruolo alternativo nella mediazione della risposta allo stress e al dolore. Considerato che ci sono casi di desiderio compulsivo di cibo ed obesità da delusioni, dolore fisico, stress psicologico, violenze personali e situazioni simili, queste conoscenze potrebbero aprire la strada per un trattamento personalizzato per color che sono approdati nell’oceano dell’obesità su base emotiva e mentale.

  • a cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Scientific references

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Kahathuduwa CN et al. Appetite. 2016; 107:348-361.

Dott. Gianfrancesco Cormaci
- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry residency in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Guardia medica presso strutture private dal 2010 - Detentore di un brevetto sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento immunologicamente neutralizzata (owner of a patent concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di un libro riguardante la salute e l'alimentazione, con approfondimenti su come questa condizioni tutti i sistemi corporei. - Autore di articoli su informazione medica, salute e benessere sui siti web salutesicilia.com e medicomunicare.it

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