Terapia biologica alla ribalta: due modalità diverse di approccio, stesso obiettivo di sopprimere il diabete

Il diabete di tipo 1, una malattia autoimmune per tutta la vita, colpisce quasi 1,6 milioni di americani e 18 milioni di persone in tutto il mondo. Nel 2019 la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha concesso la “designazione della terapia innovativa” e l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha assegnato la designazione di PRIority MEdicines (PRIME) a ​​teplizumab, per la prevenzione o il ritardo del T1D nelle persone a rischio di sviluppare la malattia. Il CD3 è un marker cellulare che aiuta ad attivare le cellule immunitarie – chiamate linfociti T – che si ritiene siano responsabili della malattia. Studio di prevenzione di Teplizumab di fase 2 I risultati della sperimentazione clinica hanno mostrato che un ciclo di due settimane di teplizumab ha ritardato l’inizio del T1D clinico di tre anni rispetto a quelli che assumevano un placebo. Questi risultati aggiungono un altro anno al tempo medio riportato per raggiungere la dipendenza da insulina nei soggetti trattati con teplizumab rispetto ai controlli trattati con placebo. I risultati principali di questo studio, condotto da Kevan C. Herold, MD e colleghi, sono stati originariamente presentati alla conferenza ADA del 2019 e ora sono pubblicati sul New England Journal of Medicine.

Hanno dimostrato un ritardo di due anni nell’insorgenza di T1D per coloro che usano il farmaco. Nell’analisi in corso dei dati di prova, i ricercatori hanno scoperto che i soggetti trattati con teplizumab presentavano tassi più elevati di secrezione di insulina e livelli di peptidi C rispetto a quelli che assumevano un placebo, indicando un cambiamento nella normale progressione del T1D. I partecipanti allo studio che assumevano un placebo non hanno mostrato cambiamenti rispetto alla segnalazione dello scorso anno nel tempo mediano alla diagnosi clinica di T1D durante questo periodo di follow-up e hanno mantenuto un declino nella produzione di insulina e peptidi C, che è coerente con la distruzione delle cellule beta causata dal patologia. Lo studio ha coinvolto soggetti ad alto rischio di sviluppare T1D, in base alla presenza di due o più autoanticorpi, che vengono rilevati attraverso un esame del sangue di screening. Lo studio è stato condotto da TrialNet, una rete di sperimentazione clinica focalizzata sulla prevenzione del T1D, e ha finanziato l’Istituto Nazionale per il diabete e le malattie digestive e renali (NIDDK), principalmente attraverso lo Special Diabetes Program.

In conclusione, teplizumab può essere il primo trattamento disponibile per ritardare o addirittura prevenire T1D. I risultati dell’ultimo studio sono il culmine di 40 anni di ricerche e studi clinici con un anticorpo che è stato inizialmente generato per svelare le basi della biologia delle cellule T. La notevole evoluzione dai reagenti di ricerca a quelli terapeutici non è stata priva di ostacoli, ma questo lento e difficile progresso è forse rappresentativo del percorso tortuoso che conduce alla maggior parte delle terapie. I nuovi dati clinici con teplizumab sono promettenti. Tuttavia, diversi aspetti di questo trattamento preventivo rimangono da confermare. In primo luogo, un follow-up di questi partecipanti alla sperimentazione rivelerà se gli effetti di teplizumab sono di lunga durata. In secondo luogo, sarà importante verificare se il teplizumab è altrettanto efficace negli individui a basso rischio di T1D, in modo che la prevenzione possa essere estesa a una popolazione più ampia. A questo proposito, sono in corso sforzi per identificare le persone a rischio nella popolazione generale usando uno screening genetico e sierologico sistematico.

Un altro team della Buffalo University ha seguito una strada similare, ma con un altro anticorpo monoclonale diretto contro una citochina e non un recettore. Golimumab, commercializzato come Simponi®, è attualmente utilizzato nel trattamento dell’artrite reumatoide, della colite ulcerosa e di altre condizioni autoimmuni, tuttavia non è approvato dalla Food and Drug Administration statunitense per il trattamento del diabete di tipo 1. La capacità di migliorare la produzione di insulina è stata valutata misurando la quantità di peptide C nel sangue dei pazienti durante un test di tolleranza a pasto misto di quattro ore. Poiché il peptide C riflette solo l’insulina prodotta dall’organismo e non l’insulina iniettata, i livelli di peptide C rivelano la capacità del pancreas di produrre insulina. I pazienti trattati con golimumab avevano un livello di peptide C più alto alla settimana 52 rispetto al placebo. Questo è stato statisticamente significativo, quindi lo studio ha raggiunto il suo obiettivo principale, infatti, il 41,1% dei partecipanti che hanno ricevuto golimubab ha avuto un aumento o una diminuzione inferiore al 5% del peptide C rispetto al solo 10,7% nel gruppo placebo. Quasi il 43% di coloro che hanno ricevuto golimumab era in remissione parziale del diabete (nota anche come fase della luna di miele) contro il 7,1% di quelli che avevano ricevuto placebo.

I risultati di questi due studi sono importanti per vari aspetti. Ma quello che preme sottolineare è uno: un bambino o un adolescente che si scopre diabetico e che lo sarà a vita perché non ha scelta o opzioni risolutive disponibili, riceve un duro colpo psicologico. C’è chi lo affronta meglio, ma non per tutti è così. E lo stato depressivo risultante può aggravare lo stato diabetico, anche se recentemente diagnosticato. Seguire questi bambini con una cura fino a quando diventino mentalmente più maturi, potrà permettere una loro qualità di vita più stabile e con meno risvolti psicologici.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

Premužić V et al. Case Rep Nephrol. 2020 Apr 20; 2020:9480860.

Sugahara M et al.  Kidney Int. 2020 Feb; 97(2):248-250. 

Warshauer JT et al. Cell Metab. 2020 Jan 7; 31(1):46-61.

Gaglia J, Kissler S. Biochemistry. 2019; 58(40):4107-11. 

Herold KC et al. New Engl J Med. 2019; 381(7):603-613.

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Informazioni su Dott. Gianfrancesco Cormaci 2450 Articoli
- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry specialty in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Detentore di un brevetto sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento immunologicamente neutralizzata (owner of a patent concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di un libro riguardante la salute e l'alimentazione, con approfondimenti su come questa condizioni tutti i sistemi corporei. - Autore di articoli su informazione medica, salute e benessere sui siti web salutesicilia.com e medicomunicare.it
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