COVID in ed out: le ipotesi messe in campo sull’immunità virale più anomala mai vista

Il coronavirus della COVID-19 si è diffuso rapidamente in tutto il mondo, con oltre 13 milioni di persone infette. Di questi, circa 7 milioni si sono ripresi dall’infezione virale. Il bilancio delle vittime globale è salito a oltre 571.000 persone. Gli Stati Uniti segnalano il maggior numero di infezioni, con l’incredibile cifra di 3,36 milioni di casi confermati e oltre 135.000 decessi. Molti paesi hanno visto i test sugli anticorpi come un modo per determinare l’entità e l’entità della pandemia. Tuttavia, i numeri dei casi registrati nel foglio di conteggio ufficiale potrebbero non essere effettivi, poiché ci sono molte persone che non manifestano alcun sintomo dell’infezione. Tuttavia, non era chiaro se l’esposizione al virus avrebbe fornito un’immunità di lunga durata. Ora, un nuovo studio afferma che l’immunità SARS-CoV-2 può durare solo per mesi. Un team di ricercatori del King’s College di Londra ha riscontrato forti cali nei livelli anticorpali dei pazienti guariti SARS-CoV-2. I risultati suggeriscono che il virus potrebbe reinfettare ripetutamente le persone, proprio come il comune raffreddore.

Pubblicati sul server di prestampa medRXiv e non ancora sottoposti a revisione paritaria, i risultati dello studio evidenziano l’importanza di un vaccino per proteggere dall’infezione. Il sistema immunitario del corpo svolge un ruolo fondamentale nel fornire protezione contro gli invasori stranieri, inclusi agenti patogeni o microrganismi patogeni. Incluso nei patogeni sono batteri, virus e parassiti, tra gli altri. Il sistema immunitario contiene cellule B che hanno prodotto anticorpi o immunoglobuline in risposta all’esposizione agli antigeni. Proprio come ogni serratura ha una sola chiave, un anticorpo ha una singola chiave dell’antigene. Quando la chiave viene inserita nella serratura, l’anticorpo si attiva, taggando o neutralizzando il bersaglio. La produzione di anticorpi è la funzione principale del sistema immunitario umorale. Il test anticorpale o il test sierologico vengono eseguiti dopo il completo recupero da COVID-19. Poiché molti paesi riaprono le imprese e facilitano le misure di blocco per aiutare le loro economie a riprendersi, alcuni funzionari ritengono che i test sugli anticorpi siano la chiave per un ritorno alla normalità in sicurezza.

Tuttavia, questo nuovo studio mostra che l’immunità al virus può essere di breve durata. Nello studio, i ricercatori hanno analizzato le risposte immunitarie di 90 pazienti in un ospedale di Londra e hanno scoperto che il 60% dei pazienti ha sviluppato una risposta anticorpale inizialmente forte all’infezione. Solo il 17% ha mantenuto questa potenza tre mesi dopo. In effetti, i livelli di anticorpi sono scesi fino a 23 volte nel periodo e, in alcuni casi, gli anticorpi non erano rilevabili. Con livelli di anticorpi in calo, la reinfezione può verificarsi anche in coloro che si sono completamente ripresi da COVID-19. Ciò significa che l’infezione può diventare stagionale, con le persone che la ottengono spesso proprio come i comuni raffreddori. Dal momento che sembra esserci un’immunità di breve durata contro il nuovo coronavirus, gli scienziati devono sviluppare un vaccino in grado di proteggere efficacemente il corpo dalle infezioni. Lo sviluppo del vaccino è in corso poiché i vaccini candidati sono ora in fase di test per la loro sicurezza ed efficacia.

Alcuni dei potenziali vaccini sono entrati nella fase di sperimentazione clinica di fase III, che determinerà se il vaccino può proteggere dal virus in un gran numero di persone provenienti da diverse regioni del mondo. Poiché lo studio attuale mostra che i livelli di anticorpi scendono alcuni mesi dopo il recupero, è importante che i funzionari e i dipendenti del governo non utilizzino i test anticorpali come un biglietto per l’immunità. Come se non bastasse, una nuova ipotesi fatta da ricercatori italiani e pubblicata sulla rivista BMJ Global Health sostiene che non solo l’immunità post-COVID è temporanea, ma che una volta che il soggetto si ri-ammali questo succeda con una modalità più aggressiva. L’ipotesi nasce da svariate osservazioni sul trend della malattia in questi mesi, in aggiunta al fatto che i bambini sembrano essere relativamente immuni dall’infezione virale. Ma di tutti i ceppi di coronavirus noti, quello della MERS e il nuovo SARS-CoV2 sembrano scatenare un fenomeno immunologico chiamato ADE (Antibody-dependent enhancement) o potenziamento dipendente dagli anticorpi.

In parole povere, non solo l’immunità acquisita è transitoria, ma in caso di reinfezione gli anticorpi fanno il lavoro opposto alla loro natura, ovvero aiuterebbero il virus a reinfettare le cellule umane, sopprimere le difese immunitarie e persino scatenare reazioni auto-immuni. I lettori potranno notare, consultando l’archivio del sito, che a differenza di altri siti di informazione, il tema del COVID-19 è stato trattato con pochi e selezionati articoli a carattere mirato e descrittivo. Non si troverà alcuna marea di notizie fatte di supposizioni, ipotesi prima messe in campo e poi ritrattate (vedi il caso dell’idrossiclorochina ritrattato per ben due volte), ma solo informazione riguardante la malattia, cosa si sa e soprattutto cosa non si sa. La ragione è diretta: la redazione scientifica ha esperienza passata nel campo della ricerca e non ha mai condiviso i facili ottimismi di terapie già pronte o le dichiarazioni su un vaccino già pronto ed altri entusiasmi mediatici. Senza tenere conto delle varie ipotesi spicciole di come il virus potesse essere potenziato dal freddo, indebolito dal caldo (o viceversa) ed altri “pettegolezzi mediatici” che stima nulla.

La redazione si chiede altresì cosa ci sia di congruo nella preparazione di un vaccino che deriva da 70 potenziali formati elaborati in tutto il mondo, da cui ne sono stati selezionati 8 o 10 a fronte di un virus che sembra mutare con la velocità di una pallina da flipper in campo. È riportato da fonti scientifiche come siano state isolate be 35 mutazioni a carico del genoma del SARS-CoV2, una delle quali è una delezione di una intera regione di aminoacidi all’interno di una sequenza proteica e non la semplice sostituzione di un aminoacido come di consueto. È augurabile che tali mutazioni non avvengano a carico della proteina “spike” che serve al virus per entrare nelle cellule, perché una mutazione postuma renderebbe dubbia l’efficacia della risposta anticorpale elaborata contro l’antigene “precedente”. Questo sarebbe l’infelice somma di mesi di tempo e sforzi sprecati con miliardi andati in fumo.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.
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- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry specialty in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Detentore di un brevetto sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento immunologicamente neutralizzata (owner of a patent concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di un libro riguardante la salute e l'alimentazione, con approfondimenti su come questa condizioni tutti i sistemi corporei. - Autore di articoli su informazione medica, salute e benessere sui siti web salutesicilia.com e medicomunicare.it