Home PREVENZIONE & SALUTE Sonno REM: sul rischio di demenza senile fra abitudini, dopamina e melatonina

Sonno REM: sul rischio di demenza senile fra abitudini, dopamina e melatonina

REM, o “movimento rapido degli occhi”, è una delle quattro fasi del sonno, che includono anche due fasi di sonno leggero e una fase di sonno più profondo chiamata sonno a onde lente (sonno a onde lente). Il sonno REM è caratterizzato da sogni vividi e alti livelli di attività cerebrale, simili allo stato del cervello sveglio. L’uomo attraversa diversi periodi di sonno REM ogni notte, tra le altre fasi del sonno. Tuttavia, la neurobiologia del sonno è molto complessa, sebbene ci sia molta comprensione dietro il suo funzionamento. In uno studio pubblicato nel 2017 sulla rivista Neurology, esaminando lo studio condotto negli anni precedenti su un campione di persone rispetto a quelle che non sviluppano problemi cognitivi, un team di scienziati ha scoperto che le persone che hanno sviluppato demenza avevano un’attività del sonno REM inferiore. Lo studio non ha dimostrato che bassi livelli di sonno REM causino demenza; piuttosto, mostrava un’associazione tra i due. In quello studio, i ricercatori hanno esaminato più di 320 pazienti americani con un’età media di 67 anni, che facevano già parte di uno studio in corso e più ampio sulla salute del cuore.

I ricercatori hanno raccolto dati sul sonno approssimativamente a metà di questo studio e per circa 12 anni. Durante questo periodo, a 32 persone (circa il 10%) è stata diagnosticata una qualche forma di demenza; tra questi, per 24 è stato diagnosticato il morbo di Alzheimer. Le persone che hanno sviluppato la demenza hanno trascorso una media del 17% del loro tempo di sonno nel sonno REM, rispetto al 20% di coloro che non hanno sviluppato la demenza. I ricercatori hanno scoperto che per ogni riduzione dell’1% del sonno REM, c’era un aumento del 9% del rischio di demenza. I risultati sono rimasti inalterati anche dopo che i ricercatori hanno preso in considerazione altri fattori che avrebbero potuto influenzare il rischio di demenza o diminuzione del sonno, come malattie cardiache, depressione e uso di farmaci. Pase e il suo team vorrebbero capire perché una quantità inferiore di sonno REM è collegata a un aumento del rischio di demenza. Spera di attingere a un campione più ampio di dati per esaminare la relazione tra sonno e segni di invecchiamento cerebrale accelerato, come problemi di memoria e perdita di volume cerebrale.

I ricercatori hanno proposto diverse ipotesi su come il sonno REM e la demenza potrebbero essere collegati. Mentre il sonno REM può aiutare a proteggere le connessioni all’interno del cervello che sono vulnerabili ai danni con l’invecchiamento e il morbo di Alzheimer, d’altra parte, forse la minima attività REM è causata da altri potenziali fattori di rischio della demenza, come ansia e stress accentuati. I medici hanno da tempo riconosciuto che la mancanza di sonno può causare problemi di salute mentale ed emotiva. Ma mancano i dettagli su quali tipi di sonno sono associati alla demenza e al declino cognitivo a lungo termine. Più del 10% degli americani di età superiore ai 65 anni ha una certa forma di declino cognitivo sotto forma di demenza palese o lieve declino cognitivo (MCI), secondo i CDC. Nel 2019 gli scienziati dell’Università di Bordeaux in Francia hanno concluso dal loro lavoro che una modifica delle caratteristiche del fuso e la riduzione delle onde lente theta e sigma durante il sonno NREM sono associate molto presto a un maggior rischio di insorgenza di deterioramento cognitivo.

Ma il morbo di Alzheimer non sembra l’unica patologia che potrebbe essere influenzata dalla qualità del sonno, implicando il sonno REM anche per la patogenesi del morbo di Parkinson e per il gruppo dei dosaggi neurodegenerativi meglio conosciuti come sinucleinopatie. Il disturbo del comportamento del sonno REM idiopatico (IRBD) è una parasomnìa, in cui una perdita di atonia del sonno REM si manifesta come una promulgazione del sogno spesso violento. Indipendentemente dalla sua importanza come predittore del Parkinson, l’IRBD nel Parkinson può comportare qualcosa di più del semplice urlo notturno e la frammentazione del sonno. È stata eseguita una revisione sistematica della letteratura per sondarne il significato come fattore prognostico. L’analisi di studi prospettici rivela che la RBD basale conferisce un maggior rischio di sviluppare demenza e allucinazioni. Negli studi trasversali, RBD è associato al fenotipo motorio predominante senza tremore e con disfunzione autonomica. Precedenti studi pubblicati avevano già indagato vari aspetti dei sintomi e dei segni tipici della malattia di Parkinson legati alla qualità del sonno REM.

Ma da almeno un decennio si ipotizza che il sonno REM, se disturbato, possa aver compromesso la cognizione. Per questo motivo questa ipotesi è stata testata su soggetti parkinsoniani, ma senza declino cognitivo. Su 34 pazienti con Parkinson, metà aveva un disturbo IRBD e metà no. Tutti i pazienti parkinsoniani con IRBD avevano scarse prestazioni neurologiche e cognitive rispetto a quelli senza disturbi del sonno REM. Infine, alcuni Autori hanno confermato l’impatto di un cattivo sonno REM sui processi cognitivi nella malattia clinica attiva. La coorte utilizzata era in numero maggiore rispetto a studi precedenti (più di 280 soggetti con IRBD). Le ragioni per cui i disturbi del sonno REM dovrebbero causare un peggioramento clinico del morbo di Parkinson o del declino cognitivo non sembrano essere chiare. Alcune ipotesi molto probabili ipotizzano che i meccanismi molecolari dell’aumento della memoria regolata dalla dopamina abbiano a che fare con questo. Questo neurotrasmettitore, normalmente, non regola la memoria durante le fasi diurne, essendo il ruolo principale affidato al glutammato e all’acetilcolina.

Ma non si sa ancora che la dopamina, d’altra parte, possa regolare o consolidare la memoria del giorno durante il sonno notturno. Ed è per questo motivo che le ipotesi si sono orientate in questa direzione. Ci sono pochi studi che dimostrano che determinate sostanze o farmaci possono influenzare l’espressione o la ridistribuzione dei recettori della dopamina D1 e D2 nei ratti, durante il verificarsi di processi che implicano l’apprendimento. Ma non esiste alcun nesso causale scientificamente valido per affermare che siano direttamente collegati alla memoria, ancor meno nel caso del sonno notturno. E’ risaputo e tutti più o meno lo hanno provato sulla loro pelle, che già una notte di sonno perso non permette di essere perfettamente “a fuoco” con la concentrazione il giorno successivo. L’ipotesi originale della utilità evoluzionistica del sonno è stata sempre quella di fungere da processore delle informazioni da immagazzinare e quelle da scartare per evitare il sovraccarico delle attività neuronali. Ma è una spiegazione troppo semplicistica ed esclude altre conoscenze più recenti che implicano il complesso network di proteine e di rimodellamento delle strutture nervose che accade costantemente dentro il nostro cervello.

E’ provato da qualche anno che anche una singola notte persa di sonno negli esseri umani, accende a livello delle cellule cerebrali un difettoso, seppur temporaneo, riciclo della proteina beta-amiloide (la stessa causa della malattia di Alzheimer). Il difetto può essere recuperato con una o due notti di buon sonno ristoratore. Ma cosa succede in chi è affetto da condizioni mediche come depressione cronica, sindrome delle gambe senza riposo e altri disturbi del ciclo sonno veglia? Oppure in coloro che per motivi di lavoro interrompono il normale ciclo di sonno notturno? I dati disponibili puntano sul fatto che la melatonina sia un mediatore centrale del processo e che essa faccia partire la cascata neurochimica che avviene durante il sonno sia non-REM che REM. Fra l’altro un condizionamento dei livelli di beta-amiloide operato dalla melatonina è stato identificato. Questo ormone è in grado di inibire direttamente l’aggregazione delle fibrille nascenti di beta-amiloide in vitro ed a livello cellulare. Ma è probabile che il grosso delle sue azioni preventive sia da attribuire al network dei recettori melatoninergici.

Ci sarà sicuramente ancòra da indagare sui processi regolatori della chimica cerebrale sul sonno REM. Nel frattempo, a scopo precauzionale e come consiglio medico è anche importante prendersi cura di sè stessi durante la notte. Evitare di addormentarsi senza preoccupazioni e rimuginii della giornata sarebbe ideale; rilassarsi in qualsiasi modo e non appesantire la digestione prima di addormentarsi sarebbe preferibile. Come si può leggere da queste scoperte, invero, la chiave per mantenere il buon funzionamento del cervello potrebbe essere la qualità del sonno piuttosto che la sua quantità.

A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

Campabadal A et al. Neuroimage Clin 2020; 25:102138.

Lee H et al. Front Neurol. 2020 Dec 3; 11:547288. 

Liguori C et al. Alzheimers Res Ther. 2020; 12(1):5.

Taillard J et al. Front Neurol. 2019 Mar 13; 10:197. 

Högl B, Stefani A. Somnologie 2017; 21(Suppl 1):1-8.

Pase MP et al. Neurology. 2017; 89(12):1244-1250.

Chung SJ et al. Eur J Neurol. 2017; 24(10):1314-19. 

Grima N et al. J Clin Sleep Med. 2016; 12(3):419-28. 

Dott. Gianfrancesco Cormaci
- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry residency in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Guardia medica presso strutture private dal 2010 - Detentore di un brevetto sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento immunologicamente neutralizzata (owner of a patent concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di un libro riguardante la salute e l'alimentazione, con approfondimenti su come questa condizioni tutti i sistemi corporei. - Autore di articoli su informazione medica, salute e benessere sui siti web salutesicilia.com e medicomunicare.it

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