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Consumo di caffè in relazione al diabete: le prove che le dosi giuste aiutano anche a prevenire

L’evidenza suggerisce che vi è un aumento della prevalenza di malattie come il diabete, la sindrome metabolica e la malattia cardiovascolare (CVD) a causa dell’aumento dell’infiammazione dopo l’invecchiamento. La CVD è diventata la causa più importante di mortalità in tutto il mondo, con forse il 33,7% dei decessi ora associati ad essa. Si stima che entro il 2030 ogni anno si verificheranno più di 23 milioni di decessi per questo problema, che lo pone in cima agli sforzi preventivi della sanità pubblica. Uno dei più importanti fattori di rischio modificabili per CVD è lo stile di vita. Aumentare l’attività fisica, seguire una dieta sana (riducendo gli acidi grassi saturi e trans, il sale e il consumo calorico) e non fumare tabacco può ridurre il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. Tuttavia, ci sono alcuni componenti alimentari specifici come il caffè nel paniere degli alimenti che possono anche modificare questa equazione. Il concetto di caffè come bevanda salutare è diventato un interessante argomento di ricerca in tutto il mondo negli ultimi decenni. Nuove prove indicano che il caffè potrebbe essere associato a una riduzione della mortalità correlata alle malattie cardiovascolari.

D’altra parte, la caffeina nel caffè può funzionare come stimolo fisiologico e quindi provocare effetti collaterali come insulino-resistenza e ipertensione. Precedenti studi hanno scoperto che il consumo moderato di caffè è inversamente correlato ai fattori di rischio CVD, ma il meccanismo dell’effetto del caffè sulle malattie croniche e sui loro comuni fattori di rischio non è chiaramente noto. Tuttavia, questa bevanda ha note proprietà antiossidanti e antinfiammatorie che potrebbero potenzialmente svolgere un ruolo significativo nella prevenzione di malattie cardiovascolari, tumori, disturbi neurologici e psicologici, nonché il diabete che è una corrente “pandemia” metabolica. Studi epidemiologici suggeriscono che bere caffè può ridurre alcuni fattori di rischio che portano alla morte nel diabete mellito di tipo 2 (T2DM) e nei pazienti con malattie cardiovascolari. D’altra parte, ci sono fattori legati allo stile di vita che potrebbero confondere questa relazione. E c’è da dire che il fumo di tabacco può anche ridurre gli effetti positivi del caffè. Ma accanto alle CVD, l’emergenza diabete non è da accantonare anche perché è noto che fra le complicanze maggiori della malattia diabetica ci sono quelle cardiovascolari.

Sebbene gli studi epidemiologici non possano dimostrare una relazione causale, tutte le recenti meta-analisi hanno ritenuto probabile che il consumo di caffè riduca il rischio di diabete di tipo 2. Nelle meta-analisi sono stati inclusi fino a 30 studi di coorte prospettici, con oltre un milione di partecipanti e più di 50.000 casi durante un periodo di follow-up fino a 24 anni. Confrontando le coorti con la categoria più alta di consumo di caffè (mediana circa 5 tazze al giorno) rispetto a nessun consumo. Nel loro insieme, gli studi epidemiologici concordano su un’associazione inversa tra consumo abituale di caffè e rischio di diabete di tipo 2.o di caffè, il rischio relativo aggregato di diabete di tipo 2 era di circa 0,7. La cosa è un po’ diversa nel caso dei cosiddetti studi randomizzati mendeliani. Studi di associazione sull’intero genoma hanno identificato diverse varianti genetiche osservate più spesso nei bevitori di caffè rispetto ai non bevitori. La dimensione dell’effetto più forte si osserva per le varianti geniche coinvolte nel metabolismo della caffeina. Il consumo eccessivo di caffè è associato a varianti genetiche che consentono una più rapida degradazione della caffeina.

Molte delle varianti associate al consumo di caffè sono anche associate ad altri tratti e quindi potrebbero modulare il rischio di diabete di tipo 2 attraverso percorsi diversi dalla promozione del consumo di caffè. Diversi studi di randomizzazione mendeliana hanno cercato un rischio di diabete più elevato nei portatori di varianti genetiche che promuovono il consumo di caffè, ma i risultati sono rimasti inconcludenti o non hanno mostrato un nesso causale con il diabete di tipo 2 incidente o altri esiti di salute. Una probabile ragione è che la tolleranza genetica di una maggiore assunzione di caffeina può favorire il consumo di qualsiasi bevanda contenente caffeina, incluso il thè nero o verde, ma il consumo di quest’ultimo non è costantemente associato a un minor rischio di diabete. I ricercatori sono arrivati alla conclusione che non c’è una grande influenza delle caratteristiche genetiche individuali associate al consumo di caffè per quanto riguarda il rischio di diabete di tipo 2. Il meccanismo molecolare responsabile coinvolto sembra direttamente collegato al consumo di caffè e non dipende da varianti genetiche che promuovono il consumo di caffè/caffeina. Una risposta biochimica coerente al consumo di sostanze fitochimiche del caffè è una migliore difesa antiossidante (GSH, SOD1, catalasi) negli animali e nell’uomo.

Gli studi meccanicistici hanno rivelato un ruolo chiave dell’attivazione di Nrf2, integrato dal coinvolgimento di proteine cellulari come AhR, AMPK e sirtuine. Il fegato è l’organo principale per l’accumulo di sostanze fitochimiche e metaboliti del caffè. La conseguente risposta cellulare protettiva Nrf2-dipendente comporta una migliore funzione mitocondriale e la ß-ossidazione degli acidi grassi, che previene la steatosi epatica nei roditori alimentati con una dieta ricca di grassi. Oltre al fegato, l’altro obiettivo importante per un effetto di prevenzione del diabete a lungo termine del consumo di caffè è probabilmente la cellula beta pancreatica. Nel periodo prediabetico, le cellule beta sono esposte allo stress metabolico associato all’obesità e all’insulino-resistenza. Generalmente, eliminando l’eccesso di trigliceridi e di carboidrati semplici dalla dieta migliora notevolmente questo stato di gluco-lipo-tossicità, perché riduce lo stress ossidativo. La ricchezza di sostanze antiossidanti dirette nel caffè, assieme alla sua capacità di indurre altre risposte antiossidanti enzimatiche tramite le proteine suddette, possono giustificare l’azione protettiva sul diabete.

Nell’insieme, gli esperti ritengono che il consumo abituale di caffè può ridurre il rischio di diabete di tipo 2, prevenendo il deterioramento della funzione epatica e del pancreas durante lo stress metabolico cronico che precede il diabete conclamato.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

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Dott. Gianfrancesco Cormaci
- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry residency in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Guardia medica presso strutture private dal 2010 - Detentore di due brevetti sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento immunologicamente neutralizzata (owner of patents concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di un libro riguardante la salute e l'alimentazione, con approfondimenti su come questa condizioni tutti i sistemi corporei. - Autore di articoli su informazione medica e salute sui siti web salutesicilia.com, medicomunicare.it e in lingua inglese sul sito www.medicomunicare.com
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