HomeBENESSERE & SALUTEEffetto placebo ed antidepressivi: quali fattori determinano presenza o assenza di effetti?

Effetto placebo ed antidepressivi: quali fattori determinano presenza o assenza di effetti?

Una teoria che ha acquisito notevole attenzione nei media internazionali, suggerisce che i farmaci antidepressivi, come gli SSRI, non esercitano alcun effetto antidepressivo effettivo. Qualche anno fa, un gruppo di ricerca presso l’Accademia Sahlgrenska ha analizzato i dati provenienti da studi clinici e può confutare questa teoria. Secondo l’ipotesi contestata, il fatto che molte persone che meditano con antidepressivi considerino migliorate può essere attribuito ad un effetto placebo, cioè che qualcuno che si aspetta di essere migliorato da un farmaco spesso si sente anche migliorato, anche se la medicina non ha un effetto reale. Tuttavia, se gli SSRI avessero effettivamente agito semplicemente per effetto placebo, questi farmaci non dovrebbero sovraperformare il placebo effettivo negli studi clinici in cui i pazienti sono stati trattati con un SSRI o con pillole placebo inefficaci; e soprattutto dove né il medico né il paziente sanno quale trattamento il paziente è stato dato fino a quando lo studio è finito (studi in doppio cieco). Per spiegare perché gli antidepressivi in ​​tali studi tuttavia causano spesso una riduzione dei sintomi maggiore rispetto al placebo, è stato suggerito che gli effetti collaterali indotti da SSRI faranno capire al paziente che non ha ricevuto placebo, aumentando così la sua convinzione di essere stato dato un trattamento efficace.

L’effetto benefico degli SSRI che è stato dimostrato in molti studi dovrebbe quindi, secondo questa teoria, non essere dovuto al fatto che questi farmaci esercitano una specifica azione antidepressiva biochimica nel cervello, ma che gli effetti collaterali dei farmaci migliorano un effetto psicologico effetto placebo. Questa teoria è stata ampiamente diffusa nonostante il fatto che non ci sia mai stato un solido supporto scientifico per questo. Quindi, finora, non è mai stato studiato se individui in sperimentazioni cliniche che hanno effetti collaterali da farmaci antidepressivi, e per questo motivo possa aver intuito che non hanno ricevuto il placebo, rispondono anche più favorevolmente al trattamento rispetto a quelli senza effetti collaterali. Per esaminare la teoria del “placebo breaking the blind”, un gruppo di ricerca presso l’Accademia Sahlgrenska di Göteborg, in Svezia, ha analizzato i dati degli studi clinici che sono stati intrapresi per stabilire l’efficacia antidepressiva di due degli SSRI più comunemente usati, paroxetina e citalopram. L’analisi, che ha coinvolto un totale di 3344 pazienti, mostra che i due farmaci studiati sono chiaramente superiori al placebo rispetto all’efficacia antidepressiva anche nei pazienti che non hanno avuto effetti collaterali.

Il gruppo ha condotto uno studio successivo, per studiare l’incidenza di un aggravamento dei sintomi e la persistenza dell’efficacia degli SSRI. Il team ha analizzato i dati a livello di paziente dagli studi controllati con placebo di sertralina, paroxetina o citalopram in adulti depressi. L’ansia somatica, l’ansia psichica e l’agitazione psicomotoria sono state analizzate in tutti gli studi. Gli eventi avversi correlati all’ansia sono stati analizzati in studi che hanno esaminato la paroxetina e il citalopram. Dopo una, ma non due settimane, i pazienti su un SSRI erano più probabili rispetto a quelli trattati con placebo per segnalare ansia somatica migliorata; allo stesso modo, la valutazione media dell’ansia somatica era più alta nel gruppo SSRI. Al contrario, i pazienti che ricevevano un SSRI avevano meno probabilità di segnalare un peggioramento dell’ansia psichica. L’evento avverso ‘nervosismo’ era più comune nei pazienti trattati con un SSRI. Considerando che un effetto di riduzione dell’ansia degli SSRI è notevole già durante la prima settimana di trattamento, questi farmaci possono anche provocare un rapido aumento dell’ansia nei soggetti suscettibili che tuttavia non predice una scarsa risposta successiva al trattamento. Nel complesso quindi, ci sono studi che vanno a favore dell’uso degli SSRI nel trattamento dei disturbi depressivi.

Eppure, dopo aver studiato e consultato gli archivi farmaceutici della FDA americana, i ricercatori hanno scoperto che i 6 farmaci più utilizzati contro la depressione sono risultati essere meno efficaci del placebo. I principi attivi di questi farmaci: citalopram, paroxetina, fluoxetina, sertralina, nefazodone e venlafaxina, sono stati sottoposti a 47 studi differenti dove, nessuno di questi ha superato l’effetto placebo. Sembra che solo il 10-20% dei casi trattati riceve un reale beneficio dalle molecole antidepressive in questione. È anche possibile che solo 10-20% dei pazienti sia responsivo, perché in questa fetta c’è un reale disturbo del metabolismo della serotonina. Purtroppo, i medici e gli psichiatri si sono incentrati sulla serotonina, come a decretare che, da solo, questo neurotrasmettitore possa controllare l’umore e tutte le sue sfumature. Invece, non è così. Le funzioni cognitive superiori e l’umore sono controllati anche da noradrenalina, dopamina, GABA, senza contare i neuro-peptidi, piccole sequenze di amminoacidi appositamente sintetizzate dal cervello per tutte le sue funzioni a vari livelli. Prima ancora che fossero sviluppato i farmaci per la serotonina, gli SSRI appunto, la teoria della depressione più accreditata metteva in ballo la dopamina come neurotrasmettitore compromesso.

E infatti, gli antidepressivi iniziali erano quelli che interferivano con la ricaptazione della dopamina (amitriptilina, nortriptilina, doxepina e analoghi). Ma erano anche dotati di numerosi effetti collaterali che compromettevano non solo la qualità della vita ma anche i risultati. E neppure fra coloro che li usavano c’erano quelli che ne traevano anche un minimo beneficio. Solo l’ampliamento delle conoscenze degli ultimi 20 anni ha gettato luce sul fatto che la depressione è un’Idra a 9 teste, ognuna delle quali possiede un meccanismo che permette la sopravvivenza di questa “chimera”. Una di queste teste si chiama “network degli estrogeni”, un’altra si chiama “infiammazione cronica subclinica”; un’altra ancora si chiama “stress ossidativo” e da dieci anni a questa parte la ricerca ha confermato il nome di un’altra di loro: “disbiosi intestinale”. La Medicina Tradizionale Orientale da sempre ha affermato che i problemi depressivi hanno origine dall’intestino, quello che la scienza definisce “il nostro secondo cervello”. E’ paradossale che la maggior parte della serotonina del nostro corpo è prodotta proprio nell’intestino e che la flora batterica intestinale (microbiota) ne produca una parte e ne influenzi la sintesi nei neuroni della rete intestinale.

Quel che è certo è che il metabolismo del microbiota intestinale interagisce con quello del sistema nervoso locale e anche con le cellule immunitarie. E’ da circa vent’anni che è stata proposta l’ipotesi di un intervento immunologico nella depressione; considerati gli sviluppi della neurochimica, dei dialoghi biologici fra cervello, sistema immunitario, microbiota e tipologia di alimentazione (come plasma il microbiota), non meraviglia che questa “chimera” sia quasi impossibile da abbattere. E’ anche possibile che ciò dipenda dall’evoluzione con cui la depressione trae le sue origini. Considerati gli attuali stili di vita che influenzano il microbiota intestinale con le scelte alimentari e voluttuarie, diverse da quelle che si effettuavano qualche secolo fa, probabilmente è la componente intestinale ed immunologica che rende aspecifici o poco efficaci alcuni trattamenti farmacologici. In certi trials clinic pilota, le sindromi depressive sono state migliorate dopo settimane di trattamento con probiotici (ceppi di fermenti lattici) senza ausilio di alcun antidepressivo. Probabilmente è proprio questa eterogeneità di terreno biologico che impedisce di eliminare “la bestia” alla sua radice.

  • a cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

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Dott. Gianfrancesco Cormaci
- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry residency in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Guardia medica presso strutture private dal 2010 - Detentore di due brevetti sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento immunologicamente neutralizzata (owner of patents concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di un libro riguardante la salute e l'alimentazione, con approfondimenti su come questa condizioni tutti i sistemi corporei. - Autore di articoli su informazione medica e salute sui siti web salutesicilia.com, medicomunicare.it e in lingua inglese sul sito www.medicomunicare.com
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