HomeRICERCA & SALUTEAsma refrattaria: perchè a volte broncodilatatori e cortisonici funzionano poco?

Asma refrattaria: perchè a volte broncodilatatori e cortisonici funzionano poco?

I ricercatori della Rutgers University hanno scoperto che le persone con asma e malattia polmonare ostruttiva cronica (BPCO) hanno una proteina nei polmoni che rilascia una piccola molecola nel flusso sanguigno che limita la respirazione invece di rilassare le vie aeree. Lo studio ha scoperto che una proteina “canale” nelle cellule della muscolatura liscia nei polmoni di pazienti con malattia cronica, chiamata ABCC1, può far perdere adenosina monofosfato ciclico (cAMP) alle cellule. Questo mediatore intracelluare trasmette informazioni biologiche per aiutare a rilassare i muscoli polmonari e allargare i bronchi. La perdita provoca la costrizione delle vie aeree e la presenza di cAMP nel flusso sanguigno, che può migliorare la diagnosi delle malattie croniche delle vie aeree. I risultati aiuteranno i medici a diagnosticare e determinare la gravità delle malattie polmonari croniche e rendere i broncodilatatori più efficaci. Solo negli Stati Uniti, ad esempio, 25 milioni di persone soffrono di asma e circa 14 milioni di BPCO.

I ricercatori della Rutgers e della Yale School of Medicine hanno collaborato per scoprire la perdita di cAMP dalle cellule muscolari lisce delle vie aeree umane da pazienti con e senza asma. Queste cellule controllano la costrizione delle vie aeree nell’asma e perdendo il cAMP le cellule sono più adatte a restringere e peggiorare l’asma. Utilizzando cellule muscolari lisce delle vie aeree umane in coltura come modello, i ricercatori hanno notato che l’attivazione del recettore beta2-adrenergico (β2AR), un recettore accoppiato a proteine ​​G, evoca l’uscita del cAMP nello spazio extracellulare. Hanno poi evidenziato che le cellule bronchiali esprimono più trasportatori di membrana della famiglia ATP-binding cassette (ABC), con ABCC1 che è il trascritto più altamente espresso mappato sulle MRP (proteine associate alla resistenza multifarmaco). Questa proteina è stata riconosciuta come importante in alcune malattie, ma fino ad ora non è mai stata definita prima nelle malattie delle vie aeree, come l’asma e la BPCO.

Quando gli scienziati hanno sottoregolato ABCC1 con piccoli RNA interferenti, questo ha ridotto notevolmente il rilascio di cAMP evocato dall’attivazione del recettore beta-2. Lo stesso effetto è stato ottenuto con una molecola sperimentale considerata un bloccante della funziona canale di ABCC1. Successivamente hanno definito il cAMP nel flusso sanguigno come un biomarker, analizzando campioni di sangue da una coorte ben definita di pazienti asmatici. Non a caso, hanno riscontrato che i livelli ematici di cAMP sono più alti nei pazienti asmatici. La presenza di troppo cAMP nel sangue di un paziente è perciò un nuovo biomarker che può aiutare a caratterizzare tipi specifici di asma e BPCO, il che potrebbe essere molto importante per migliorare la gestione di queste due condizioni mediche così diffuse. La presenza di cAMP nel sangue potrebbe essere duratura dato che non ci sono enzimi degradanti (PDE) per esso in circolo e

Nelle ricerche immediatamente precedenti quest’ultima, lo stesso team di ricercatori ha provato che farmaci corticosteroidi come il desametasone e il budesonide, comunemente usati nella gestione delle malattie polmonari croniche, hanno effetti anche sulla via del recettore beta2-cAMP. Mentre il budesonide aumenta la produzione cellulare di cAMP, potenziando quella indotta del recettore beta2, il desametasone fa da antagonista al TGF-beta che è una citochina che induce infiammazione e fibrosi nel tessuto polmonare. In più, agisce a livello genetico riducendo l’espressione dell’enzima PDE4D, che è proprio deputato a degradare il cAMP dentro le cellule. Tuttavia, la resistenza terapeutica ai cortisonici nell’asma e nella BPCO è un fenomeno ben conosciuto e sono stati ipotizzati vari meccanismi sottostanti a questa resistenza. Ma questa scoperta potrebbe giustificare almeno in parte perché in certi casi o nella terapia cronica i cortisonici funzionano meno per queste malattie.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

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Pubblicazioni scientifiche

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Chung E, Ojiaku CA, Cao G et al. Respir Res. 2020; 21(1):256.

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Aguiar JA, Tamminga A et al. Sci Rep. 2019; 9(1):153.

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Dott. Gianfrancesco Cormaci

Medico Chirurgo, Specialista; PhD. a CoFood s.r.l.
- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry residency in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Guardia medica presso strutture private dal 2010 - Detentore di due brevetti sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento enzimaticamente neutralizzata (owner of patents concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (Leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di articoli su informazione medica e salute sul sito www.medicomunicare.it (Medical/health information on website) - Autore di corsi ECM FAD pubblicizzati sul sito www.salutesicilia.it
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