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Indagini sul diabete tipo 2: oltre al tipo 1, anche genetica e virus intervengono in questa forma?

Il diabete di tipo 2 è una delle malattie metaboliche più comuni. È noto che un individuo è prediabetico quando viene diagnosticata una ridotta tolleranza al glucosio o una ridotta glicemia a digiuno. Gli studi hanno dimostrato che le persone con prediabete hanno una probabilità significativamente maggiore di sviluppare il diabete di tipo 2 rispetto a quelle con livelli di glucosio normali. Inoltre, numerosi studi hanno identificato sia i fattori genetici che altri fattori rilevanti, come l’obesità, la dieta malsana e l’infiammazione, che aumentano i rischi del diabete di tipo 2. I ricercatori hanno scoperto che il diabete di tipo 2 riduce le capacità immunitarie innate e adattative del corpo, rendendo così un individuo più suscettibile alle infezioni. Un elevato volume di ricerche ha dimostrato che il diabete aumenta il rischio di infezione virale. Questi studi hanno riportato che le persone con diabete hanno un rischio maggiore di contrarre l’infezione da coronavirus SARS-CoV-2, epatite B ed epatite C. Recentemente, gli scienziati hanno confermato una connessione eziologica tra virus, vale a dire enterovirus e Coxsackie, e diabete di tipo 1.

È interessante notare che una maggiore prevalenza di HHV8 è stata osservata tra i pazienti diabetici di tipo 2 in più popolazioni. Sono quindi necessari ulteriori studi longitudinali per comprendere il potenziale legame tra infezione da herpesvirus e (pre)diabete. Gli scienziati hanno recentemente analizzato anche l’associazione tra herpesvirus e diabete di tipo 2. Tipicamente, gli esseri umani sono infettati da otto diversi virus dell’herpes, vale a dire, virus dell’herpes simplex (HSV), virus di Epstein-Barr (EBV), virus della varicella-zoster (VZV), citomegalovirus (CMV) e virus herpetici umani (HHVs). Tutti questi virus possono causare un’infezione latente per tutta la vita dopo un’iniziale lieve infezione sistemica. Il presente studio di coorte longitudinale basato sulla popolazione ha studiato l’associazione dei sette herpesvirus, ovvero HSV1, HSV2, VZV, EBV, CMV, HHV6 e HHV7, con l’incidenza del (pre)diabete. Inoltre, i ricercatori hanno analizzato in sezione trasversale la loro relazione con l’HbA1c (misurazione media della glicemia negli ultimi due mesi).

Gli scienziati hanno ottenuto dati da KORA, una piattaforma di ricerca sanitaria basata sulla popolazione in Germania. I ricercatori hanno identificato i candidati con normale tolleranza al glucosio al basale. Questi candidati erano a più alto rischio di (pre)diabete. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a un’ampia fenotipizzazione, inclusa la sierologia multiplex virale per gli herpesvirus umani, il test di tolleranza al glucosio orale (OGTT) e l’HbA1c. I ricercatori hanno limitato i loro studi ai partecipanti con normale tolleranza al glucosio al basale per ridurre il rischio di causalità inversa. L’attuale studio ha riportato una correlazione tra sieropositività per HSV2 e CMV e incidenza pre-diabete. L’analisi multivariata ha rivelato che i virus sopra menzionati influenzano costantemente la prevalenza del pre-diabete, indipendentemente da età, fumo, sesso, attività fisica, ipertensione, indice di massa corporea (BMI), insulino-resistenza, livelli lipidici e glicemia a digiuno. Gli scienziati hanno osservato che l’HSV2 era in sezione trasversale con HbA1c, indipendentemente dai confondenti sopra menzionati.

Anche se è improbabile che un aumento marginale dei livelli di glucosio nel sangue in individui non diabetici possa compromettere il sistema immunitario, la modellizzazione trasversale non è riuscita a distinguere tra le direzioni dell’effetto causale. Sebbene studi precedenti affermassero che gli herpesvirus sono persistenti nell’ospite, potrebbero non essere rilevati tramite l’analisi degli anticorpi nel sangue a causa dei cambiamenti nel sistema immunitario dell’ospite o dell’attività virale. Gli scienziati hanno affermato che nella maggior parte dei casi l’infezione dovuta all’herpesvirus si verifica nella prima infanzia; tuttavia, è possibile l’infezione in età avanzata. Quindi, la sieroconversione osservata in questo studio indica i casi incidenti, che potrebbero essere dovuti a una maggiore reattività anticorpale di un virus precedentemente non rilevabile. I ricercatori pensano che un individuo senza sieropositività non significa che sia guarito, perché il virus potrebbe essere nel suo stato dormiente non rilevabile. A parte l’intervento di fattori infettivi, la ricerca in corso in tutto il mondo su diverse popolazioni ha gettato una nuova importante luce su come i geni contribuiscono al diabete di tipo 2.

La ricerca è stata condotta da un consorzio di scienziati chiamato DIAMANTE ed ha analizzato ben 122 studi di genomica associativa (GWAS). La ricerca è un passo importante verso l’obiettivo finale di identificare nuovi geni e comprendere la biologia della malattia, che ha il potenziale per aiutare gli scienziati a sviluppare nuovi trattamenti. È anche un’importante pietra miliare nello sviluppo di “punteggi di rischio genetico” per identificare gli individui che sono più predisposti a sviluppare il diabete di tipo 2, indipendentemente dal loro background di popolazione. La meta-analisi ha confrontato il DNA di quasi 181.000 persone con diabete di tipo 2 contro 1.160.000 persone sane. Cercando nell’intero genoma umano insiemi di marcatori genetici chiamati polimorfismi a singolo nucleotide (SNPs), gli studi di associazione sull’intero genoma cercano le differenze genetiche tra le persone con e senza una malattia. Fino ad oggi, i più grandi studi di associazione sull’intero genoma del diabete di tipo 2 hanno storicamente coinvolto il DNA di persone di origine europea. Ciò ha limitato la comprensione della malattia in altri gruppi di popolazione.

Per affrontare questo pregiudizio, gli scienziati del Consorzio DIAMANTE hanno assemblato la più diversificata raccolta al mondo di informazioni genetiche sulla malattia, con quasi il 50% di individui provenienti da popolazioni dell’Asia orientale, africana, dell’Asia meridionale e ispanica. La nuova ricerca ha identificato associazioni genetiche con tratti correlati al diabete (glucosio a digiuno, insulina a digiuno, HbA1c) in popolazioni multi-ascendenti. Gli scienziati hanno ora identificato 117 geni che potrebbero causare il diabete di tipo 2, 40 dei quali non sono stati segnalati prima. Ecco perché ritengono che questo costituisca un importante passo avanti nella comprensione della biologia di questa malattia.

  • A cura del. Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

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Dott. Gianfrancesco Cormaci

Medico Chirurgo, Specialista; PhD. a CoFood s.r.l.
- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry residency in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Guardia medica presso strutture private dal 2010 - Detentore di due brevetti sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento enzimaticamente neutralizzata (owner of patents concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (Leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di articoli su informazione medica e salute sul sito www.medicomunicare.it (Medical/health information on website) - Autore di corsi ECM FAD pubblicizzati sul sito www.salutesicilia.it
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