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Sindrome della fatica cronica: il microbiota come punto di convergenza patogenetico di un anomalo stile di vita

C’è un crescente corpo di letteratura che descrive la disfunzione immunitaria nella CFS. Sintomi e virus “simil-influenzali” e infezioni batteriche spesso precedono la CFS. Inoltre, ci sono livelli periferici più elevati di IL-1, IL-6 e TNF-alfa nei pazienti con CFS rispetto ai controlli sani. Infine, la CFS (come la depressione) è accompagnata da disfunzione mitocondriale e aumento dello stress ossidativo. Si ritiene che l’infiammazione cronica sistemica sia centrale per la CFS in ambito clinico, poiché è associata alla gravità dei sintomi, ma le prove che dimostrano un ruolo per specifiche citochine pro-infiammatorie sono incoerenti. È stato suggerito che lo stress fisiologico, considerato un fattore predisponente per la CFS, svolga un ruolo nel modificare il microbiota intestinale in modo tale da ridurre il numero di Bifidobacterium e Lactobacillus, due generi responsabili della soppressione dei batteri che rilasciano LPS commensali, ed è stato implicato in questo modo nella CFS.

Sebbene la traslocazione di LPS immunogenico nel flusso sanguigno sia generalmente associata a un’infiammazione a livello corporeo, può anche portare a un aumento degli elementi pro-infiammatori e all’ormone dello stress cortisolo nel cervello. Ma nella CFS sono stati osservati cambiamenti nella composizione del microbiota; ad esempio, i livelli di Dialister spp., Bacteroidetes, Faecalibacterium spp. e di Roseburia spp. sembrano essere diminuiti nella CFS, in modo simile alla depressione maggiore, mentre i livelli di Alistipes spp. ed Enterobacteriacee sono aumentati in entrambe le malattie, sebbene in modo meno consistente in quest’ultima. È interessante notare che la CFS compare frequentemente con la sindrome dell’intestino irritabile; niente di strano che l’infiammazione intestinale possa svolgere un ruolo eziopatologico in entrambe le condizioni. Simile alla depressione maggiore, la CFS è caratterizzata da una propensione a risposte autoimmuni indotte da stress ossidativo esagerato.

Infine, lo stesso metabolismo batterico deve essere considerato una concausa. Un prodotto della fermentazione microbica dei carboidrati, il D-lattato, viene solitamente prodotto in eccesso quando la resezione dell’intestino tenue consente il rilascio di un elevato carico di carboidrati nel colon. L’aumento del D-lattato plasmatico può verificarsi anche dopo altri tipi di chirurgia addominale, a causa dell’aumentata permeabilità intestinale e della traslocazione batterica attraverso la barriera mucosa intestinale. Livelli aumentati di batteri che producono D-lattato nelle feci sono stati trovati in uno studio su pazienti con CFS e disfunzione neuro-cognitiva, aumentando la possibilità che il D-lattato microbico possa contribuire ai sintomi dei pazienti con CFS. Maes et al. hanno scoperto che l’aumento della permeabilità intestinale è comune tra i pazienti con CFS e migliora in risposta alla somministrazione di integratori a base di glutammina, N-acetilcisteina e zinco insieme all’adozione di una dieta “antinfiammatoria”.

Probiotici e prebiotici possono limitare la produzione di acido D-lattico nell’intestino, ma devono essere scelti con cura. In conseguenza del presunto coinvolgimento dell’acido D-lattico nella sintomatologia della CFS, va ricordato che alcune specie di Lactobacillus sono produttrici di D-lattato e beta-glucano in dosi elevate (presenti nell’avena e nell’orzo) possono paradossalmente aumentare permeabilità intestinale. È un’ipotesi plausibile che la CFS possa essere una malattia perpetuata da una serie di circoli viziosi che si intrecciano e portano all’immunosoppressione, a causa dell’effetto deleterio di altre condizioni infiammatorie croniche. Il microbiota intestinale dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano in questo senso. Le reazioni infiammatorie risultanti possono autoperpetuarsi, causando un aumento dello stress ossidativo e una maggiore degradazione di numerosi nutrienti. In effetti, è stata invocata anche la carenza di alcuni nutrienti nella CFS (selenio, vitamina B6, carnitina, triptofano, ecc. per citarne alcuni).

Il caso del triptofano è alquanto curioso, poichè esistono prove che il suo metabolismo svolga un ruolo significativo nella patobiologia della CFS. Esso è un importante precursore della serotonina e del nucleotide piridinico essenziale NAD+. Il triptofano è stato associato allo sviluppo di alcune parti del cervello responsabili delle funzioni comportamentali. Ma come ogni aminoacidi, anche esso ha delle vie di degradazione: la principale via catabolica per del triptofano è la via della chinurenina (KIN). Essa produce NAD+ e diversi metaboliti neuroattivi, sia neuroprotettivi (es. l’acido chinurenico o KYNA) che neurotossici (come l’acido chinolinico o QUIN). L’iperattivazione di questa via, sia essa compensatoria o un meccanismo guida della degenerazione, può limitare la disponibilità di NAD+ ed esacerbare i sintomi della CFS. Il NAD+ ha funzioni cellulari complesse che vanno dal partecipare a reazioni metaboliche, di rimozione dei radicali liberi al controllo dell’espressione genica tramite proteine apposite (PARP1, PARP2, CtBP-1, ecc.).

Gli scienziati pensano che non sia il triptofano in sé stesso a causare la CFS. Piuttosto, in un terreno biologico già minato la disbiosi intestinale, unita allo stile di vita alimentare proprio, alla condotta emotiva quotidiana e ad altri fattori, può interagire col metabolismo del microbiota intestinale perchè questo condizioni negativamente la malattia. Insieme alla possibile produzione da parte del microbiota di metaboliti del triptofano con attività inibitoria sui neuroni (acido chinolinico), la sua produzione di D-lattato e l’impoverimento di specie batteriche che condizionano positivamente la chimica cerebrale, potrebbero costituire o l’innesco o il fattore di mantenimento di certi sintomi neurologici nella CFS. La malattia è caratterizzata da affaticamento debilitante con sonno non ristoratore, disturbi neurocognitivi e sintomi simil-influenzali come debolezza muscolare e dolore, mal di testa, mal di gola e linfonodi dolenti, tra gli altri. Il decorso della malattia è fluttuante, la gravità dei sintomi può cambiare drasticamente solo in pochi giorni.

I pazienti spesso descrivono allergie, intolleranze a qualsiasi tipo di stimolazione come temperature estreme, luce, rumore, odori specifici o sostanze chimiche e semplici conversazioni. I pazienti spesso soffrono di sintomi gastrointestinali, tra cui costipazione, diarrea e disturbi intestinali. C’è una comorbidità frequente di CFS con sindrome dell’intestino irritabile (IBS) che varia in media dal 38 al 42%. A causa di ciò alcuni scienziati hanno ritenuto che la CFS potesse essere una forma di IBS a componente più puramente neurologica. La maggioranza delle comunità scientifica, di contro, non è propensa a vederla in questo modo e considerare la CFS come un’entità indipendente. Invero, mentre nella IBS una componente immunologica pura sembra non sussistere, questo è dimostrato per la CFS. Accanto al possibile ruolo dell’alterato dialogo microbiota-immunità locale, gli scienziati hanno provato che molti pazienti con CFS hanno avuto un’infezione virale precedente da mononucleosi (EBV), la cosiddetta quinta malattia (da parvovirus B19), da herpesvirus ed enterovirus.

Non ultima, anche la precedente assunzione prolungata di antibiotici è stato ipotizzato avere un ruolo patogenetico. Secondo un recente rapporto, gli antibiotici interrompono la composizione batterica nell’intestino fino a 4 anni e, in una certa misura in modo permanente. È noto che gli antibiotici provocano il rischio di tossicità del D-lattato. Una potenziale ragione di ciò potrebbe essere che l’esposizione agli antibiotici porta ad un aumento dei batteri produttori di D-lattato. Questa ipotesi sarebbe congruente con l’ipotesi di un’acidosi D-lattica nei pazienti con CFS e una maggiore abbondanza di batteri produttori di acido D-lattico riscontrata nelle analisi fecali dei pazienti. Gli scienziati potrebbero, perciò trovarsi di fronte ad una patologia molto più complessa di quanto ritenuto. E a farne le spese per primo potrebbe essere proprio il microbiota, che con il suo bilanciamento permette di mantenerci in salute. Ecco perchè come principio generale, quest redazione scientifica ha sempre insistito nella cura della salute intestinale attraverso l’assunzione di probiotici o alimenti da essi derivati come yogurt, kefir e simili.

Considerato quanto detto del potenziale ruolo dello stile di vita, delle abitudini alimentari, l’assunzione di farmaci e infezioni nel corso della vita, non farebbe meraviglia considerare la CFS come l’ennesima entità degenerativa frutto dell’era moderna, come lo sono il diabete, le cardiovasculopatie, le malattie autoimmuni e i tumori.

  • a cura del Dott. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

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Dott. Gianfrancesco Cormaci

Medico Chirurgo, Specialista; PhD. a CoFood s.r.l.
- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry residency in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Guardia medica presso strutture private dal 2010 - Detentore di due brevetti sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento enzimaticamente neutralizzata (owner of patents concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (Leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di articoli su informazione medica e salute sul sito www.medicomunicare.it (Medical/health information on website) - Autore di corsi ECM FAD pubblicizzati sul sito www.salutesicilia.it
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