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Connessione sociale: si può essere tra gli amici o in piena folla, ma il cervello potrebbe non vederlo così

La connessione sociale con gli altri è fondamentale per il benessere mentale e fisico di una persona. Il modo in cui il cervello mappa le relazioni con le altre persone in relazione a sé stessi è da tempo un mistero. Si ritiene che più ti senti emotivamente vicino alle persone, più similmente le rappresenti nel tuo cervello. Al contrario, le persone che sentono la disconnessione sociale sembrano avere un’autorappresentazione neuronale più solitaria. Persino uno studio molto recente ha provato che c’è differenza fra le due situazioni, che sono state visualizzate con una scansione di risonanza magnetica. Prima di entrare in uno scanner fMRI, ai partecipanti di una comunità universitaria è stato chiesto di nominare e classificare cinque persone a cui sono più vicini e cinque conoscenti. Durante la scansione, ai partecipanti è stato chiesto di esprimere giudizi sui tratti su sé stessi, le persone a cui sono più vicini e le conoscenze che avevano appena nominato e cinque celebrità. Ai partecipanti è stato chiesto di valutare quanto una caratteristica descriveva una persona (come se essa fosse amichevole) su una scala da 1 a 4 (da niente a molto).

I risultati hanno mostrato come il cervello sembrava raggruppare le rappresentazioni delle persone in tre diverse cricche: 1) se stessi, 2) il proprio social network e 3) persone ben conosciute, come le celebrità. Più i partecipanti si sentivano vicini a qualcuno, più il loro cervello rappresentava in modo simile tutto il loro cervello sociale, compresa la corteccia prefrontale mediale, la regione associata al concetto di sé. Questa è un’area premotoria che è nota per essere coinvolto nel cervello sociale adulto, in particolare cognitività e comportamento sociale umano. In altre parole, mantiene una mappa strutturata del “social network” di una persona, in base alla sua vicinanza con gli altri. Le persone più solitarie hanno mostrato una minore somiglianza neurale tra loro e gli altri nella corteccia prefrontale. In parole semplici, più le persone sono più sole, meno simile è il loro cervello quando pensano a sé stessi e agli altri. È quasi come se ognuno di noi avesse una costellazione specifica di attività neurale che si attiva quando si pensa a sé stessi.

E quando si pensa agli amici, viene reclutata gran parte della stessa costellazione. Se si è da soli, però, il cervello attiva una costellazione abbastanza diversa quando pensa agli altri, rispetto a quando pensa a sé stesso. È come se la rappresentazione del proprio cervello di sé stessi fosse più disconnessa dalle altre persone, il che è coerente con il modo in cui le persone sole dicono di sentirsi. I risultati mostrano come la solitudine sembra essere associata a distorsioni nella mappatura neurale delle connessioni sociali con gli altri. Il cervello può mappare i legami interpersonali delle persone e le alterazioni in questa mappa possono aiutare a spiegare perché le persone sole possono sentire che le persone sono intorno a loro, ma “non con loro”. Ciò significa che anche se le persone sono intorno agli altri, possono comunque sentirsi soli. È probabile che la solitudine abbia poco a che fare con l’essere soli e più con il sentirsi soli, indipendentemente dalla situazione, anche se circondati da altri.

E’ chiaro che questo modo di essere può generarsi per l’essere caratteriale di una persona o indipendentemente dal proprio carattere di base; se c’è una componente caratteriale predisponente, sicuramente l’educazione o l’attitudine familiare, l’ambiente dove si vive, le compagnie che si scelgono hanno un ruolo determinante perché si scelga di essere soli o ci si “sente soli”. Nella sua gioventù, questa redazione scientifica ha avuto modo di interagire con quattro individui che dichiaravano il loro modo di essere come “solitario”, nonostante la loro costante presenza in comitive di coetanei. Per una di esse (ragazzo), non si è mai riusciti ad avere informazioni sul perché di questo suo atteggiamento. Per gli altri tre (una ragazza, due ragazzi), le discussioni all’interno delle comitive hanno rivelato per la prima delle difficoltà di relazione genitoriale, per il secondo la figura paterna in detenzione carceraria mentre il terzo era semplicemente etichettato come “particolarmente sensibile” ai cambiamenti quotidiani, e senza apparenti problemi familiari.

Ma c’era un atteggiamento comune in tutti loro, nel modo di discutere che di atteggiarsi: la buona volontà di offrirsi in prima persona per ascoltare gli altri o consigliarli o aiutarli nei loro problemi, o come si dice in gergo giovanile “avere una spalla su cui piangere”. È possibile che le persone più solitarie abbiano ricevuto una forma diversa di attenzione, ad es. meno manifesta, che ha lasciato maturare nel loro cervello come quella vita e la cura dell’essere umano è nel modo che hanno visto con i loro occhi. Tutto ciò potrebbe avere del paradossale anche se, ci si riflette, non lo è. L’opinione comune è più incline a pensare che, dopo un’esperienza negativa o traumatica la persona eviti di ripetere i comportamenti che la porterebbero a ripetere quell’esperienza. Ma è lo spirito collettivo, sia per gli animali che per gli uomini, quello maggiormente rappresentato su questa terra: chi non ha mai visto su YouTube i video di persone estranee l’una all’altra prontarsi di aiutare in situazioni di bisogno o estremo pericolo? Vengono spesso nominati come “Atti che ristorano la tua fiducia nell’umanità”.

In effetti, rispetto ad altre specie di mammiferi, gli esseri umani mostrano alcuni dei più alti livelli di comportamento di cura e di supporto; molti individui si prendono cura degli altri su base giornaliera, come coloro che nonostante il loro lavoro e gli impegni scelgono di fare anche del volontariato. Solitamente chi è solitario per scelta viene visto come una persona disadattata, altre volte come una persona con molta esperienza e giudizio, probabilmente per l’associazione comune che chi ha molto tempo per sé stessi è molto più riflessivo della media. Poi vi sono, dall’altro lato, proprio coloro che sono fra la gente, fra gli amici e le comitive ma “che sono soli nella loro mente o nel loro spirito”. Chi lo sa, potrebbero essere persone mentalmente molto particolari che, quando sono in compagnia imparano e fanno esperienza dai comportamenti e dai racconti altrui non facendoli propri, ma piuttosto traendone informazioni per potersi mettere “al servizio” degli altri in modo ideale. Questo pregio potrebbe derivargli proprio dalle esperienze infantili o familiari passate, buone o cattive che siano state, e che li abbiano “segnati” o “iniziati” a livello mentale o spirituale.

Non possiamo esserne sicuri di tutto questo, ma varrebbe la pena di farselo dire.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

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Pubblicazioni scientifiche

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Dott. Gianfrancesco Cormaci

Medico Chirurgo, Specialista; PhD. a CoFood s.r.l.
- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry residency in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Guardia medica presso strutture private dal 2010 - Detentore di due brevetti sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento enzimaticamente neutralizzata (owner of patents concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (Leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di articoli su informazione medica e salute sul sito www.medicomunicare.it (Medical/health information on website) - Autore di corsi ECM FAD pubblicizzati sul sito www.salutesicilia.it
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