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Malattie genetiche, potere della ricerca e opinioni: dall’emofilia al trattamento di condizioni rare

L’emofilia B è una malattia emorragica genetica rara ed ereditaria causata da bassi livelli della proteina fattore IX (FIX), necessaria per formare coaguli di sangue che aiutano a prevenire o fermare l’emorragia. Il gene responsabile della produzione del FIX si trova sul cromosoma X, quindi la forma grave di emofilia B è molto più comune negli uomini. Attualmente, i pazienti con emofilia B hanno bisogno di iniettarsi regolarmente con FIX ricombinante, di solito settimanalmente, cioè una terapia sostitutiva regolare per prevenire un’emorragia eccessiva. Nonostante i progressi nel trattamento, i pazienti possono continuare a vedere danni articolari debilitanti. Un nuovo studio rivela che una singola iniezione di terapia genica potrebbe ridurre drasticamente il rischio di sanguinamento affrontato dalle persone con emofilia B. Per l’articolo, gli esperti dell’UCL, del Royal Free Hospital e della società di biotecnologie Freeline Therapeutics hanno testato e continuano a valutare un nuovo tipo di virus adeno-associato (AAV) candidato, chiamato FLT180a, per il trattamento casi moderatamente gravi e gravi della condizione.

La terapia genica AAV funziona utilizzando un imballaggio delle proteine ​​che si trovano nel rivestimento esterno del virus, per fornire una copia funzionale di un gene direttamente ai tessuti del paziente per compensare uno che non funziona correttamente. Le proteine ​​di nuova sintesi vengono rilasciate nel sangue e un’infusione una tantum può ottenere effetti di lunga durata. I pazienti dovevano assumere farmaci immunosoppressori per diverse settimane o diversi mesi, per impedire al loro sistema immunitario di rifiutare la terapia e tutti gli effetti collaterali noti segnalati. Invero, tutti i pazienti hanno ricevuto glucocorticoidi con o senza tacrolimus per l’immunosoppressione, per ridurre il rischio di risposte immunitarie correlate al vettore. Dopo 26 settimane, i pazienti sono stati arruolati in uno studio di follow-up a lungo termine. Gli endpoint primari erano la sicurezza e l’efficacia, valutate dai livelli di fattore IX alla settimana 26. Sebbene il trattamento sia stato generalmente ben tollerato, tutti i pazienti hanno manifestato una qualche forma di eventi avversi, come il rialzo delle transaminasi.

Lo studio clinico multicentrico di Fase I/II, chiamato B-AMAZE, e il relativo studio di follow-up a lungo termine ha rilevato che il trattamento una tantum con FLT180a ha indotto la produzione prolungata fattore IX dal fegato in 9 pazienti su 10. Ciò è stato ottenuto attraverso quattro diversi livelli di dose, eliminando la necessità di una sostituzione terapica regolare. Su 17 pazienti maschi di età pari o superiore a 18 anni sottoposti a screening, dieci con emofilia B grave o moderatamente grave hanno preso parte allo studio di 26 settimane di FLT180a. Sono inoltre tutti arruolati nello studio di follow-up a lungo termine per valutare la sicurezza e la durata dell’espressione di FIX per 15 anni. I dati a lungo termine di B-AMAZE si aggiungono al crescente corpo di prove che la terapia genica ha il potenziale per liberare i pazienti dalle sfide di dover aderire a una terapia per tutta la vita o potrebbe fornire un trattamento dove oggi non esiste. In nove pazienti su dieci, il trattamento ha conseguito un aumento sostenuto della produzione di fattore IX, che ha portato a una diminuzione del sanguinamento eccessivo.

Inoltre, non richiedevano più iniezioni settimanali. Dopo 26 settimane, cinque pazienti avevano livelli normali di proteina FIX, tre avevano livelli bassi ma aumentati e un paziente trattato alla dose più alta aveva un livello anormalmente alto. Nel giugno 2022 l’UCL ha ricevuto un finanziamento governativo di 6,5 milioni di sterline per continuare a tradurre la ricerca in un impatto globale, il secondo importo più alto concesso alle organizzazioni in tutto il paese. Potere della ricerca o potere politico? Il discorso è molto complicato. Ci sono sicuramente altre condizioni mediche che necessiterebbero di priorità maggiori, perché più comuni di una emofilia B. Ma occuparsi delle malattie rare ha i suoi vantaggi, sia a livello scientifico e, di riflesso, a livello politico e sociale. E’ stato grazie alle indagini svolte su alcune sindromi genetiche rare o rarissime, che gli scienziati hanno ricavato informazioni per la comprensione e/o la cura di forme tumorali, dei processi di invecchiamento, di aspetti nascosti delle neuroscienze, l’aver preso farmaci per alcune condizioni ed averli riproposti per altre patologie, e via discorrendo.

L’opinione pubblica assiste spesso alle pubblicità di inviti al finanziamento per la ricerca scientifica in campo oncologico, neurologico ed anche per le malattie rare. Sicuramente tutto fa brodo e aggiungere denaro su denaro amplia le possibilità di acquisto di strumenti, reagenti speciali, attrezzi sofisticati e quant’altro è utile alla conduzione di esperimenti o di prove cliniche. I materiali hanno un costo, la tecnologia ha un costo ed anche la conoscenza ha il suo costo. Siamo nell’era dell’informazione ed è l’informazione che viene pagata. Che si tratti di malattie comuni che di sindromi rare, tutte le condizioni mediche hanno uguale considerazione agli occhi della ricerca. E’ ovvio, però, che l’opinione pubblica potrebbe pensare che è meglio devolvere sforzi verso malattia genetiche rare che non hanno alcuna forma di cura, piuttosto che continuare ad alimentare il “calderone” di condizioni mediche comuni come le cardiopatie, i tumori o il diabete. Il campo pediatrico, poi, è un punto molto sensibile su cui si fa parecchia attenzione.

La quasi totalità delle malattie genetiche, infatti, ha un esordio da precoce a precocissimo dopo la nascita; e l’impatto sulla qualità di vita del piccolo paziente e dei suoi genitori è giustamente definito e riferito come “sconvolgente”. Ma spesso l’opinione pubblica non ha le giuste informazioni in materia di scienza, di medicina e simili. Sarà colpa dei social media, di TV spazzatura, del troppo tempo speso con lo smartphone o cosa, non è interesse di questa redazione scientifica avere la risposta. Sarebbe cosa buona che la gente avesse, almeno, una corretta informazione scientifica per quel poco che viene pubblicato periodicamente, togliendo di mezzo disinformazione dal web e pareri di “opinionisti” che vengono percepiti come luminari. In media le persone non sono interessate alla scienza, seguono qualche notizia medica su televisione e socials (dai quali prendono informazioni distorte 95 volte su 100), ma fortunatamente continuano a seguire i consigli medici in materia di cura personale. Ed è anche vero che, mediamente, si dà più risalto mediatico alle notizie di medicina clinica piuttosto che alla ricerca di base.

Oltre che chiedere denaro pubblico per finanziare la ricerca, è responsabilità governativa il mettere a disposizione la congrua quota di fondi per aiutare ogni settore scientifico in sviluppo. Si guardi all’estero: lì la ricerca viene vista come un “business” ed alla fine i soldi girano, i progressi scientifici si ottengono, i ricercatori hanno la loro paga, si pubblica su riviste scientifiche, entra in gioco il prestigio internazionale agli occhi del pubblico e degli altri colleghi. Ma purtroppo, almeno in Italia, questo non è così altrimenti non ci sarebbe così tanta “fuga di cervelli”. Senza contare che è tutto quello che viene scoperto in laboratorio che si traduce alla clinica, e non viceversa. Clinico e ricercatore potrebbero sembrare due figure tenute in disparte, ma hanno solamente compiti differenti. Un esempio pratico? Ricordate “Don Camillo e l’onorevole Peppone”? Peppone e don Camillo possono aiutare nell’esempio del clinico e del ricercatore. Il primo dice al secondo: “Lei non lavora che con la bocca. Oremus vobiscum non si fa certo venire il mal di reni!” E il secondo gli risponde puntualmente: “Ma stai zitto! Tu mica ti fai venire il mal di testa!”.

Ed è esattamente così.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

Chowdary P et al. New Engl J Med 2022; 387(3):237-247.

Lisjak M et al. Front Genome Ed. 2022 Mar 11; 4:785698.

Leebeek FWG, Miesbach W. Blood 2021; 138(11):923-31.

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Dott. Gianfrancesco Cormaci

Medico Chirurgo, Specialista; PhD. a CoFood s.r.l.
- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry residency in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Guardia medica presso strutture private dal 2010 - Detentore di due brevetti sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento enzimaticamente neutralizzata (owner of patents concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (Leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di articoli su informazione medica e salute sul sito www.medicomunicare.it (Medical/health information on website) - Autore di corsi ECM FAD pubblicizzati sul sito www.salutesicilia.it
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