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Lo stress psicologico e le emozioni negative come fattori di rischio per la demenza senile

Si ritiene che le emozioni negative, l’ansia e la depressione favoriscano l’insorgenza di malattie neurodegenerative e demenza. Ma qual è il loro impatto sul cervello e si possono limitare i loro effetti deleteri? Negli ultimi 20 anni, i neuroscienziati hanno osservato come il cervello reagisce alle emozioni, cominciando a capire cosa succede al momento della percezione di uno stimolo emotivo. Tuttavia, quello che succede dopo rimane un mistero. Precedenti studi in psicologia hanno dimostrato che la capacità di cambiare rapidamente le emozioni è benefica per la salute mentale. Al contrario, le persone che non sono in grado di regolare le proprie emozioni e rimangono nello stesso stato emotivo per lungo tempo corrono un rischio maggiore di depressione. In che modo il cervello passa da un’emozione all’altra? Come ritorna allo stato iniziale? La variabilità emotiva cambia con l’età? Quali sono le conseguenze per il cervello di una cattiva gestione delle emozioni?

I neuroscienziati dell’Università di Ginevra hanno osservato l’attivazione del cervello di giovani e anziani quando si confrontano con la sofferenza psicologica degli altri. Le connessioni neuronali degli anziani mostrano una significativa inerzia emotiva: le emozioni negative le modificano eccessivamente e per un lungo periodo di tempo, in particolare nella corteccia cingolata posteriore e nell’amigdala, due regioni cerebrali fortemente coinvolte nella gestione delle emozioni e nella memoria autobiografica. Questi risultati indicano che una migliore gestione di queste emozioni, ad esempio attraverso la meditazione, potrebbe aiutare a limitare la neurodegenerazione. L’obiettivo è stato quello di determinare quale traccia cerebrale rimanesse dopo la visione di scene emotive, per valutare la reazione del cervello e, soprattutto, i suoi meccanismi di recupero. Ci siamo concentrati sugli anziani, al fine di identificare possibili differenze tra invecchiamento normale e patologico.

Gli scienziati hanno mostrato ai volontari brevi clip televisive che mostrano persone in uno stato di sofferenza emotiva – es. durante un disastro naturale o una situazione di disagio – così come video con contenuto emotivo neutro, al fine di osservare la loro attività cerebrale utilizzando la risonanza magnetica funzionale. In primo luogo, il team ha confrontato un gruppo di 27 persone di età superiore ai 65 anni con un gruppo di 29 persone di età superiore ai 25 anni. Lo stesso esperimento è stato poi ripetuto con 127 anziani. Le persone anziane generalmente mostrano un modello diverso di attività e connettività cerebrale rispetto ai giovani. Ciò è evidente nel livello di attivazione della rete in modalità predefinita, una rete cerebrale altamente attivata nello stato di riposo. La sua attività è spesso interrotta da depressione o ansia, suggerendo che sia coinvolta nella regolazione delle emozioni. Negli anziani parte di questa rete, la corteccia cingolata posteriore, che elabora la memoria autobiografica, mostra un aumento delle sue connessioni con l’amigdala che elabora invece importanti stimoli emotivi.

Queste connessioni sono più forti nei soggetti con alti punteggi di ansia, con ruminazione o con pensieri negativi. Tuttavia, le persone anziane tendono a regolare le proprie emozioni meglio dei giovani e si concentrano più facilmente sui dettagli positivi, anche durante un evento negativo. Ma i cambiamenti nella connettività tra la corteccia cingolata posteriore e l’amigdala potrebbero indicare una deviazione dal normale fenomeno dell’invecchiamento, accentuato nelle persone che mostrano più ansia, ruminazione ed emozioni negative. La corteccia cingolata posteriore è una delle regioni più colpite dalla demenza, suggerendo che la presenza di questi sintomi potrebbe aumentare il rischio di malattia neurodegenerativa. Il Sebastian Baez Lugo, ricercatore e primo autore ha dichiarato: “Sono la scarsa regolazione emotiva e l’ansia che aumentano il rischio di demenza o viceversa? Ancora non lo sappiamo. La nostra ipotesi è che le persone più ansiose avrebbero minore o nessuna o capacità di allontanamento emotivo”.

Gli scienziati sanno che lo stress agisce sul cervello tramite il cortisolo e l’eccesso di funzione di neurotrasmettitori come la noradrenalina e la dopamina. E’ risaputo in neurobiologia e psicologia che una personalità dominante ha più probabilità di sviluppare problemi di memoria, ipertensione e cardiovasculopatie rispetto ad una personalità più debole. Quest’ultima, al contrario, può essere maggiore a rischio di dominio e sviluppare più probabilmente ansia e/o depressione. In questo caso, il cortisolo ed i neurotrasmettitori agirebbero per stimolazione esterna (stress, pressione psicologica, nervosismo, oppressioni lavorative o personali, ecc.), indebolendo le reti neurali descritte sopra. Il mantenere la situazione stressante nel tempo, per la personalità forte significa sfociare nei problemi di salute citati, per la personalità debole invece poter sviluppare depressione o sindrome ansioso-depressiva. In entrambi i casi i neurotrasmettitori ed il cortisolo hanno danneggiato/eliminato le cellule nervose interessate.

Molti hanno potuto sperimentare la vista di un caro che acquisendo la “demenza senile” ripete sempre le stresse frasi, ricorda cosa ha fatto cinque minuti prima ricordando, invece, perfettamente tutto il suo passato adolescenziale o giovanile “bello” e soprattutto “brutto” che sia stato. Il meccanismo dell’inerzia emotiva nel contesto dell’invecchiamento sarebbe, quindi, spiegato dal fatto che il cervello di queste persone rimane ‘congelato’ in uno stato negativo, mettendo in relazione la sofferenza degli altri con i propri ricordi emotivi. Allora la meditazione potrebbe essere una soluzione? È possibile prevenire la demenza agendo sul meccanismo dell’inerzia emotiva? Il team di ricerca sta attualmente conducendo uno studio interventistico di 18 mesi per valutare gli effetti dell’apprendimento delle lingue straniere da un lato e della pratica della meditazione dall’altro. Per affinare ulteriormente i risultati, confronteranno anche gli effetti di due tipi di meditazione.

La prima è la consapevolezza, che consiste nell’ancorarsi al presente per concentrarsi sui propri sentimenti, e quella che è nota come meditazione ‘compassionevole’, che mira ad aumentare attivamente le emozioni positive nei confronti degli altri.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD; specialista in Biochimica Clinica.

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Pubblicazioni scientifiche

Touron E et al. Mol Psychiatry. 2022; 27(12):5086-5095.

Chételat G et al. JAMA Neurol. 2022; 79(11):1165-1174.

Deza-Araujo YI et al. Biol Psychol. 2021 Mar; 160:108051.

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Dott. Gianfrancesco Cormaci

Medico Chirurgo, Specialista; PhD. a CoFood s.r.l.
- Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998 (MD Degree in 1998) - Specialista in Biochimica Clinica nel 2002 (Clinical Biochemistry residency in 2002) - Dottorato in Neurobiologia nel 2006 (Neurobiology PhD in 2006) - Ha soggiornato negli Stati Uniti, Baltimora (MD) come ricercatore alle dipendenze del National Institute on Drug Abuse (NIDA/NIH) e poi alla Johns Hopkins University, dal 2004 al 2008. - Dal 2009 si occupa di Medicina personalizzata. - Guardia medica presso strutture private dal 2010 - Detentore di due brevetti sulla preparazione di prodotti gluten-free a partire da regolare farina di frumento enzimaticamente neutralizzata (owner of patents concerning the production of bakery gluten-free products, starting from regular wheat flour). - Responsabile del reparto Ricerca e Sviluppo per la società CoFood s.r.l. (Leader of the R&D for the partnership CoFood s.r.l.) - Autore di articoli su informazione medica e salute sul sito www.medicomunicare.it (Medical/health information on website) - Autore di corsi ECM FAD pubblicizzati sul sito www.salutesicilia.it
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