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La prevalenza di depressione nel diabete: le scelte dello stile di vita possono incidere o aiutare a prevenirla?

Il diabete sta diventando sempre più comune in tutto il mondo, con più di 500 milioni di casi. Le persone con diabete hanno molte più probabilità di soffrire di depressione rispetto a quelle senza diabete. La depressione nei pazienti diabetici può portare a risultati di salute peggiori, tra cui uno scarso controllo della glicemia e scelte di vita non salutari. Le ricerche precedenti avevano esaminato principalmente singoli fattori legati allo stile di vita, come il fumo o la mancanza di esercizio fisico, e il loro legame con la depressione. Tuttavia, l’effetto combinato di vari modelli di stile di vita sui sintomi depressivi nei pazienti diabetici rimane poco chiaro. In un recente studio, i ricercatori hanno indagato l’impatto dei modelli di stile di vita e della dieta sulla depressione nei soggetti con diabete, colmando una lacuna esistente nella ricerca al riguardo.

I ricercatori hanno utilizzato i dati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) raccolti dal 2009 al 2020. I dati sono stati raccolti attraverso interviste ed esami medici. Da questi dati, i ricercatori hanno selezionato 3.000 adulti con diabete da analizzare, escludendo quelli con informazioni incomplete. I ricercatori hanno considerato cinque comportamenti legati allo stile di vita: fumo, consumo di alcol, durata del sonno, attività fisica e comportamento sedentario. Hanno anche misurato le abitudini alimentari utilizzando l’indice infiammatorio dietetico (DINI), che valuta le diete in base al loro potenziale di causare infiammazione. Infine, hanno esaminato il ruolo dell’infiammazione alimentare nel mediare il legame tra modelli di stile di vita e depressione. Lo studio ha tenuto conto di potenziali fattori confondenti come età, sesso, reddito e indice di massa corporea (BMI).

Lo studio ha analizzato i dati di 3.000 adulti con diabete, con una età media di 61,3 anni. Circa il 13,7% dei partecipanti presentava sintomi depressivi. I ricercatori hanno identificato tre gruppi di stili di vita: quelli con stili di vita non salutari (44,5%), quelli che conducevano stili di vita non salutari ma non bevevano alcolici (48,1%) e quelli che fumavano ma erano comunque sani (7,4%). Il gruppo che seguiva stili di vita non salutari presentava tassi elevati di consumo di alcol, problemi di sonno, inattività e comportamento sedentario. Quelli con stili di vita non salutari senza alcol avevano un consumo di alcol inferiore ma mostravano comunque comportamenti non salutari. Il terzo gruppo aveva tassi elevati di fumo ma meno altri comportamenti dannosi. Lo studio ha rilevato che il secondo gruppo che non beveva alcol aveva maggiori probabilità di soffrire di depressione rispetto al primo gruppo, che invece lo faceva.

Punteggi DINI più alti erano associati ad un aumento della depressione, suggerendo che le diete pro-infiammatorie contribuiscono ai sintomi depressivi. Il DINI sembrava mediare parzialmente la relazione tra il gruppo malsano che non beveva alcol e il rischio di depressione e mediarla completamente per il gruppo che fumava ma era altrimenti sano, indicando l’impatto dell’infiammazione alimentare sui sintomi depressivi nei pazienti diabetici. Questo studio sottolinea la natura interconnessa dei comportamenti legati allo stile di vita e i loro effetti sinergici sui risultati di salute nei soggetti diabetici. I risultati evidenziano, inoltre, l’importanza delle diete antinfiammatorie, ricche di frutta, verdura, cereali integrali e acidi grassi omega-3, nel ridurre il rischio di depressione tra le persone con diabete. La depressione, infatti, non è unicamente dipendente da sbilanciamenti degli aminoacidi precursori di dopamina e serotonina.

Numerosi nutrienti come alcuni oligoelementi (es. rame, zinco, ferro) o alcune vitamine del gruppo B (es. la B2 o la B6 e studi più recenti sospettano pure sulla carenza di acido folico) o la vitamina C, sono importanti per stabilizzare le reazioni metaboliche cerebrali ed impedire uno sbilanciamento che potrebbe condurre alla comparsa di umore depresso. Ma è anche riconosciuto da alcuni anni la partecipazione del microbiota intestinale a questo fenomeno. La produzione di acidi grassi a catena corta (propionato, butirrato, ecc.) per fermentazione delle fibre vegetali alimentari da parte dei batteri intestinali, è riconosciuta come un fattore che può contrastare efficacemente il rischio di depressione. Assieme alla produzione di altri neuromediatori, questi metaboliti permettono un corretto funzionamento della chimica cerebrale alla base di umore e cognitività.

Le nozioni pubblicate recentemente che una dieta ricca di alimenti trasformati e poveri di alimenti freschi (con buon tasso di vitamine, minerali, omega-3, polifenoli ed altri nutrienti protettivi) possono predisporre a svariati problemi di salute (fra cui ansia e depressione) ben si correlano con gli ennesimi riscontri di questo studio. Ma è importante la presenza di altri fattori predisponenti: quest’ultima ricerca sottolinea inoltre la necessità di interventi articolati che affrontino simultaneamente più comportamenti malsani. E i dati sono coerenti con ricerche precedenti che mostrano che i tassi di fumo sono più alti tra i maschi rispetto alle femmine. Il risultato inaspettato secondo cui il gruppo malsano che non consumava alcol aveva un rischio maggiore di riferire sintomi depressivi, rispetto al gruppo che lo faceva, solleva interrogativi sul ruolo del consumo moderato di alcol nel mitigare potenzialmente i sintomi depressivi.

  • a cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

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Pubblicazioni scientifiche

Wang B, Fan Y et al. BMC Pub Health 2024; 24(1):1779.

Vega-Cabello V et al. J Nutr. 2024; 154(7):2264-2272. 

Baenas I et al. J Endocrinol Invest. 2024; 47(6):1405-18.

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Dott. Gianfrancesco Cormaci
Dott. Gianfrancesco Cormaci
Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998, specialista in Biochimica Clinica dal 2002, ha conseguito dottorato in Neurobiologia nel 2006. Ex-ricercatore, ha trascorso 5 anni negli USA alle dipendenze dell' NIH/NIDA e poi della Johns Hopkins University. Guardia medica presso la casa di Cura Sant'Agata a Catania. In libera professione, si occupa di Medicina Preventiva personalizzata e intolleranze alimentari. Detentore di un brevetto per la fabbricazione di sfarinati gluten-free a partire da regolare farina di grano. Responsabile della sezione R&D della CoFood s.r.l. per la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti alimentari, inclusi quelli a fini medici speciali.

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