venerdì, Aprile 17, 2026

Medicina penitenziaria (3.1): il suicidio in carcere. Il rischio e l’atto.

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Parlare di suicidio in carcere in Italia, oggi, significa misurarsi con un fenomeno che ha assunto dimensioni strutturali e che intreccia fattori individuali, istituzionali e sociali in modo tanto stretto da rendere inefficace qualunque spiegazione monocausale. I numeri aiutano a fissare il quadro: il 2024 è stato l’anno con più suicidi dall’inizio delle rilevazioni ministeriali, con un dato finale attestato intorno a 91 decessi autoindotti; è un valore che supera sia il picco del 2022 (84) sia il totale del 2023 (68), e che riflette un tasso annuo stimato vicino a 14–15 suicidi ogni 10.000 detenuti, nettamente superiore ai tassi comunitari. Nel 2025, pur con oscillazioni dovute alle diverse fonti e agli aggiornamenti in corso, a metà agosto si contavano già oltre cinquanta suicidi, confermando la persistenza di una tendenza critica.

Non è un’anomalia esclusivamente italiana: la letteratura internazionale più recente documenta, su serie temporali lunghe e giurisdizioni multiple, un’incidenza dei suicidi in carcere che resta di parecchie volte superiore a quella della popolazione generale, con range globali tipici dell’ordine di qualche decina per 100.000 persone-anno e con il metodo dell’impiccamento che risulta di gran lunga il più frequente. In Europa, le statistiche SPACE del Consiglio d’Europa ribadiscono da anni questa sproporzione e aiutano a leggere il dato nazionale nel contesto regionale, dove carichi detentivi, sovraffollamento e caratteristiche dei regimi incidono sulle differenze tra paesi. Dentro l’istituzione penitenziaria il rischio non è statico, ma si concentra in snodi temporali che aumentano la vulnerabilità.

Le prime settimane dopo l’ingresso, la custodia cautelare, i trasferimenti, gli esiti processuali inattesi e la prossimità della scarcerazione sono momenti in cui si sommano stress acuto, astinenza o ricaduta nelle dipendenze, rotture dei legami affettivi e incertezze pratiche sul “dopo”, con un aumento misurabile del rischio rispetto alle fasi stabili della pena. Le meta-analisi individuali identificano con coerenza alcuni predittori forti: ideazione suicidaria in atto, precedenti tentativi, diagnosi psichiatrica corrente (in particolare depressione e disturbi di personalità), nonché marker istituzionali come l’assegnazione in cella singola e l’assenza di colloqui o visite; si tratta di fattori con odds ratio elevati, che dovrebbero orientare valutazioni dinamiche e interventi tempestivi più che semplici “bollini” di rischio all’ingresso.

Anche l’isolamento prolungato, pur con definizioni variabili nei regolamenti, si associa a un aggravamento dell’umore, a sintomi dissociativi e a un aumento dell’autolesionismo; le raccomandazioni internazionali raccomandano limiti stringenti e salvaguardie cliniche proprio per evitare esiti iatrogeni in persone già fragili. La fotografia italiana mostra poi correlazioni puntuali tra condizioni materiali e suicidi: nel 2024 i casi si sono distribuiti in larga prevalenza in istituti con tassi di affollamento superiori al 100%, segnalando l’effetto moltiplicatore di ambienti saturi, poveri di attività e con personale sanitario e di polizia penitenziaria sotto pressione. Nei dossier istituzionali si registrano inoltre profili di vulnerabilità sovrarappresentati tra i deceduti, come l’appartenenza a minoranze nazionali, e una quota rilevante di persone in attesa di giudizio, dove la precarietà progettuale e l’incertezza giuridica aggiungono stress non modulabile.

Questi elementi non dicono che il sovraffollamento “causa” il suicidio in modo lineare, ma che crea un contesto nel quale fattori clinici e psicosociali preesistenti — depressione, uso di sostanze, disturbi di personalità, storia di traumi — diventano più difficili da riconoscere e trattare, e in cui misure basiche di protezione (sorveglianza adeguata, accesso alle attività, regimi non segreganti, ambienti privi di punti di ancoraggio per l’impiccamento) faticano a essere garantite con continuità. Che cosa funziona, allora, nella prevenzione? La ricerca e le linee guida convergono su alcuni assi che sono tanto clinici quanto organizzativi. Il primo riguarda la “valutazione dinamica” del rischio: non basta uno screening all’ingresso se poi non si rivedono regolarmente le condizioni della persona, specialmente ai passaggi di fase.

Protocolli basati su domande chiare sull’ideazione, sulla storia di tentativi e su segnali di depressione o psicosi, se ripetuti e collegati a decisioni operative (alloggiamento, osservazione, invio al servizio di salute mentale), riducono i “buchi neri” tra eventi sentinella e risposta. Il secondo è la riduzione dei mezzi letali e dei “punti di sospensione” nelle celle e nei servizi: molte giurisdizioni che hanno investito in retrofit strutturali, arredi “anti-legatura” e procedure di controllo fanno registrare cali misurabili delle impiccagioni, che restano il metodo dominante. Il terzo è un regime quotidiano che restituisca tempo significativo: lavoro, scuola, attività sportive e trattamentali non sono “extra”, ma componenti protettive documentate; tolgono ore di vuoto, riducono conflitti e migliorano l’aggancio terapeutico.

A ciò si aggiungono protocolli chiari per l’osservazione intensiva e per l’intervento in acuto, la formazione continua di tutto il personale (sanitario e non) a riconoscere segnali di allarme e a comunicare tempestivamente, e, sul piano clinico, l’accesso effettivo a psicoterapie e psicofarmacologia secondo evidenze, evitando interruzioni ingiustificate alla dimissione. Le risorse OMS restano un riferimento pratico, sebbene datato il documento originario, e gli aggiornamenti della comunità scientifica ribadiscono l’importanza di piani integrati che combinino misure ambientali, organizzative e cliniche. Un nodo cruciale, in Italia, è la continuità di cura dentro-fuori. Molti suicidi avvengono quando una persona ha appena varcato una soglia — l’ingresso in custodia, il trasferimento, la scarcerazione — perché in quei momenti si rompono routine e relazioni di cura.

Qui la differenza la fanno meccanismi operativi apparentemente prosaici: appuntamenti già fissati con i servizi territoriali prima dell’uscita, consegna del piano terapeutico in formato comprensibile, disponibilità effettiva di terapia sostitutiva per le dipendenze e di farmaci essenziali per almeno le prime settimane, canali rapidi per riprendere il contatto in caso di mancata presentazione. L’esperienza internazionale mostra che i programmi di “in-reach/out-reach”, quando sono ben collegati alle direzioni sanitarie aziendali e ai SerD, riducono ricadute e mortalità post-rilascio; se al contempo si interviene su fattori ambientali come il sovraffollamento e si limita l’uso dell’isolamento non strettamente necessario, l’effetto protettivo è maggiore.

In definitiva, il suicidio in carcere non è un “fatto privato” del singolo né un destino ineluttabile dell’istituzione: è un esito sentinella della qualità del sistema nel suo insieme. I dati italiani più recenti — il record del 2024, il trascinamento del 2025, la concentrazione dei casi in istituti sovraffollati — non chiedono nuove parole d’ordine, ma l’implementazione coerente di ciò che sappiamo già: valutazione del rischio ripetute e collegate a decisioni operative; ambienti fisici resi sicuri con la rimozione dei punti di sospensione; regimi quotidiani che restituiscano significato al tempo; accesso reale e continuo ai trattamenti per i disturbi psichiatrici e da uso di sostanze; limitazione rigorosa dell’isolamento; piani di transizione costruiti prima dell’uscita e collegati a servizi territoriali responsivi.

Sono scelte altamente fattibili se considerate non come “extra clinici”, ma come elementi essenziali di sicurezza per le persone e per il personale, e come politiche pubbliche che riducono sofferenza e, letteralmente, salvano vite.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica; medico penitenziario.

Pubblicazioni scientifiche

Associazione Antigone. Ventunesimo rapporto sulle condizioni di detenzione – Focus suicidi; stime e tassi 2024–2025.

Garante nazionale (GNPL). Focus suicidi e decessi in carcere – anno 2024, e aggiornamenti 2025. Include elaborazioni su sovraffollamento e distribuzione dei casi.

Puntarello M et al. Suicide in Prison: A Forensic Analysis of Sixteen Cases in Correctional Settings. Forensic Sci. 2025; 5(3):44.

Mundt AP et al. Worldwide incidence of suicides in prison: a systematic review with meta-regression analyses. Lancet Psychiatry, 2024.

Consiglio d’Europa. SPACE I – Prisons and Prisoners in Europe 2024 (Key Findings e Rapporto).

Zhong S. et al. Risk factors for suicide in prisons: a systematic review and meta-analysis. Lancet Public Health, 2021. Predittori individuali e istituzionali (ideazione, precedenti, diagnosi, cella singola, assenza visite).

WHO. Preventing suicide: in jails and prisons (risorsa operativa; con aggiornamenti della Task Force IASP). Pilastri organizzativi e clinici dei programmi di prevenzione.

Dott. Gianfrancesco Cormaci
Dott. Gianfrancesco Cormaci
Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998; specialista in Biochimica Clinica nel 2002; dottorato in Neurobiologia nel 2006. Ricercatore negli USA (2004-2008) alle dipendenze dell'NIH/NIDA e poi della Johns Hopkins University. Guardia medica presso la Clinica Basile di Catania (dal 2013) e continuo presso la casa di Cura Sant'Agata a Catania (dal 2020). Detentore di un brevetto per la fabbricazione di sfarinati gluten-free a partire da regolare farina di grano. Responsabile della sezione R&D della CoFood s.r.l. per la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti alimentari, inclusi quelli a fini medici speciali. Medico penitenziario da Aprile 2024 presso la CC.SR. Cavadonna

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