Che cosa intendiamo per “problemi psichiatrici attuali”
Quando oggi parliamo di salute mentale parliamo di un ventaglio ampio: disturbi d’ansia e depressivi (di gran lunga i più frequenti), disturbi da uso di sostanze e dipendenze comportamentali, disturbi psicotici e bipolari (meno prevalenti ma con maggiore gravità), disturbi del neurosviluppo e dell’alimentazione, fino alla sofferenza subclinica legata a stress lavorativo, isolamento sociale e precarietà. Negli ultimi anni si osserva una crescita della domanda tra adolescenti e giovani adulti, un incremento della comorbidità (ansia-depressione, uso di sostanze-disturbi dell’umore) e una persistenza di barriere allo screening e all’accesso precoce. Fattori economici (disuguaglianze, instabilità lavorativa), culturali (stigmatizzazione), ambientali (urbanizzazione, crisi climatica come stressor), digitali (iperconnessione, cyberbullismo), oltre alle code della pandemia, agiscono da moltiplicatori del rischio. A ciò si somma l’invecchiamento della popolazione, con più multimorbidità e un carico di disturbi cognitivi e affettivi in età avanzata.
Il peso sulla sanità pubblica
Il carico non è solo clinico ma sistemico: giornate di lavoro perse, ridotta produttività, accessi impropri ai Pronto Soccorso, cronicizzazione evitabile quando l’esordio non è intercettato. I disturbi gravi portano a ricoveri ripetuti, elevata disabilità e un “mortality gap” rispetto alla popolazione generale (per cause sia naturali sia suicidarie). Nei servizi territoriali questo si traduce in liste d’attesa, turn-over degli operatori e frammentazione tra sanitario e sociale (casa, lavoro, scuola).
Il contesto italiano: una forza e una sfida
Il modello comunitario nato con la Legge 180 ha creato Dipartimenti di Salute Mentale, Centri di Salute Mentale e SPDC con una forte vocazione territoriale. La sfida attuale è aggiornarlo a bisogni nuovi (prima età adulta, perinatale, doppia diagnosi, disturbi alimentari) e ridurre le disomogeneità regionali, consolidando integrazione con il medico di medicina generale e i servizi sociali.
Priorità: intercettare presto
Lo “stepped care” e il “collaborative care” in medicina generale sono leve ad alto impatto: screening brevi validati, percorsi a intensità crescente (auto-aiuto guidato, psicoterapia breve, farmaci quando indicati), consulenza rapida dello psichiatra/psicologo al MMG. L’obiettivo è ridurre la latenza tra esordio e trattamento, soprattutto per depressione, ansia e psicosi (programmi di early intervention).
Rafforzare il territorio con équipe mobili
Le équipe di crisi/urgenza a domicilio e i programmi di Trattamento Assertivo Comunitario aiutano a prevenire ricoveri, gestire ricadute e costruire aderenza. Integrano interventi psicoeducativi familiari, gestione farmacologica proattiva (long-acting quando indicati) e obiettivi funzionali (abitare, studiare, lavorare).
Interventi mirati per le fasce critiche
- Adolescenti e giovani: sportelli scolastici, percorsi brevi di psicoterapia, prevenzione del suicidio con gatekeeper training, servizi per il ritiro sociale.
- Perinatale: screening di depressione in gravidanza/post-partum e percorsi madre-bambino.
- Doppia diagnosi: presa in carico integrata salute mentale-addictions con approccio “no wrong door”.
- Disturbi alimentari: ambulatori dedicati, day-hospital nutrizionale-psicoterapico, rete con pediatria/medicina interna.
- Gravi disturbi mentali: riabilitazione psicosociale, psicoeducazione familiare, “Individual Placement and Support” per l’inserimento lavorativo.
Tecnologie utili (se ben governate)
- Telepsichiatria per continuità e aree interne;
- CBT digitale guidata per ansia/depressione lievi;
- monitoraggio di esiti e aderenza via app;
- cartella integrata socio-sanitaria.
È essenziale la supervisione clinica, la tutela della privacy e la scelta di soluzioni con evidenza di efficacia.
Ridurre l’impatto nel Pronto Soccorso
Come esempio semplici, gli accessi al Pronto Soccorso per attacchi d’ansia o di panico erroneamente confusi con problemi cardiaci sono piuttosto comuni. Si possono trovare delle strade alternative, come: percorsi dedicati di “liaison psychiatry” negli ospedali generali, triage strutturato del rischio suicidario, de-escalation e stanze a bassa stimolazione; collegamento immediato al Centro di Salute Mentale (CSM) entro 72 ore dall’accesso; numero unico territoriale e linee di crisi per evitare accessi ripetuti.
Suicidi: prevenzione a più livelli
Dalla limitazione dei mezzi letali all’educazione dei “gatekeeper” (MMG, insegnanti, forze dell’ordine), fino ai follow-up attivi post-dimissione per chi ha tentato il suicidio. Interventi brevi strutturati (es. safety planning) e contatti telefonici programmati riducono il rischio di ricaduta.
Integrare salute mentale, lavoro e casa
Alloggi supportati (“housing first”) e percorsi di inserimento lavorativo assistito riducono i ricoveri e aumentano il recupero. Il coordinamento con Comuni, Terzo Settore e Centri per l’Impiego è decisivo quanto la terapia. La familiarità è sempre un punto di forza che non va sottovalutato per creare un ambiente favoreveole che insppira sicurezza a chi è affetto da problemi di salute mentale.
Misurare per migliorare
L’adozione di “checking care” (scale brevi routinarie su sintomi, funzionamento, qualità di vita) permette di adattare l’intensità dei trattamenti, ridurre trattamenti inerti e rendicontare esiti ai decisori. I registri di esordio psicotico e i cruscotti dipartimentali sono strumenti pragmatici.
Competenze e governance
Serve investire su équipe multidisciplinari (psichiatri, psicologi, infermieri di salute mentale, educatori, assistenti sociali, terapisti della riabilitazione psichiatrica), formazione su trauma-informed care, interventi familiari, gestione del rischio e strategie di aderenza. Il coinvolgimento dei pari (peer support) aumenta engagement e speranza. Budget dedicati, obiettivi di esito nei contratti di fornitura, acquisto di pacchetti “pathway-based” (es. percorso depressivo, psicosi d’esordio), e parità di rimborsabilità tra interventi psicologici con evidenza e quelli farmacologici. Ridurre la burocrazia libera tempo clinico.
Comunicazione e lotta allo stigma
Campagne mirate, linguaggio non stigmatizzante, coinvolgimento dei media e delle scuole. Campagne mirate, basate su dati locali, che mostrano storie di recovery e informano su come chiedere aiuto. Linguaggio “person-first” (persona con schizofrenia, non schizofrenico) ed evitamento di etichette allarmistiche o colpevolizzanti. Anche il campo giornalistico andrebbe rimodulato: es. partnership con influencer, media locali e sport per amplificare messaggi non sensazionalistici e inclusivi. Infine, il coinvolgimento delle scuole con curricula su benessere, alfabetizzazione emotiva e gestione del rischio online. Meno stigma significa più accessi precoci e meno cronicità.
In sintesi
Alleggerire il peso dei disturbi psichiatrici sulla sanità pubblica non dipende da un singolo intervento, ma da un’architettura di sistema: accesso precoce in cure primarie, servizi territoriali mobili e integrati, percorsi mirati per le fasce critiche, tecnologie con governance clinica, prevenzione del suicidio su più livelli, politiche abitative e lavorative, misurazione degli esiti e investimenti sulle competenze. È così che si trasforma la domanda crescente in presa in carico efficace e, nel tempo, in minor carico per persone, famiglie e servizi.
- A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.
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