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SLA e approccio dietetico mirato: per una maggiore energia, meglio tanti grassi o tanti zuccheri?

La sclerosi laterale amiotrofica (SLA), nota anche come malattia di Lou Gehrig, è una malattia neurodegenerativa devastante, con circa quindici nuov icasi diagnosticati ogni giorno. La SLA è causata dalla degenerazione progressiva del motoneurone nella morte per paralisi respiratoria entro 2-5 anni. Circa il 10% dei casi di SLA è familiare (FALS) mentre il restante 90% dei casi è sporadico. Ciò significa che probabilmente non esiste una singola mutazione genetica causale della malattia. Nel 1993, una mutazione del gene della superossido dismutasi 1 (SOD1) è stata identificata in circa il 20%dei casi di FALS, consentendo lo sviluppo di un modello per rappresentare la malattia. A causa della natura in gran parte sporadica della maggior parte dei casi di SLA, i ricercatori hanno cercato di identificare i fattori comuni che contribuiscono al rischio, all’insorgenza e alla progressione della SLA. Un fattore comune osservato nella maggior parte dei pazienti con SLA è il metabolismo intermedio alterato.

I pazienti affetti da SLA hanno difficoltà a sostenere un peso sano e manifestano alterazioni del metabolismo lipidico e/o respiratorio, portando a sintomi aggravati della malattia e durata della vita più breve. Questi sintomi metabolici hanno riportato in campo la dieta nel possibile trattamento. Diversi ricercatori hanno deciso di identificare terapie a base dietetica per migliorare queste alterazioni metaboliche e ripristinare il metabolismo sanonei pazienti con SLA. Implementando specifici programmi dietetici, in particolare le diete ipocaloriche, i pazienti con SLA hanno mostrato una progressione più lenta della malattia e una migliore qualità della vita. Inoltre, nei modelli murini di SLA sono stati rilevati stati metabolici alterati primache i sintomi fisici siano evidenti, suggerendo che i cambiamenti metabolici possono essere una causa della malattia, non solo un sintomo. Questa scoperta ha portato a una maggiore attenzione su come la salute metabolica del paziente prima e dopo l’insorgenza della malattia influisce sulla SLA.

La degenerazione neuromuscolare precoce si verifica nella SLA prima della perdita dei motoneuroni e le alterazioni della funzione mitocondriale sono comuni nei pazienti con SLA inclusa l’omeostasi mitocondriale alterata. Studi epidemiologici rivelano un effetto protettivo dell’aumento dell’indice di massa corporea (BMI) nei pazienti con SLA. Il modo in cui il BMI agisce come fattore protettivo è in gran parte sconosciuto, tuttavia può avere un effetto protettivo durante la malnutrizione. Mentre i ricercatori hanno approfondito la relazione tra BMI e SLA, sono state rivelate differenze dipendenti dal sesso. Uno studio condotto in Europa occidentale su oltre 500.000 individui ha dimostrato che un aumento del grasso corporeo pre-diagnostico riduce il rischio di mortalità per SLA. Studi epidemiologici hanno dimostrato che una dieta ricca di grassi può ridurre il rischio di sviluppare la SLA di almeno il 34% e potenzialmente ritardare l’insorgenza della malattia, presumibilmente proteggendo dal fenotipo ipermetabolico.

Livelli elevati di trigliceridi a digiuno e colesterolo hanno dimostrato di essere fattori prognostici positivi nella SLA. È stato dimostrato che i trigliceridi sierici sopra i livelli mediani prolungano la durata della vita del paziente di 14 mesi. La paradossale natura predittiva e protettiva dell’eccesso di grasso nel sangue (trigliceridi) nella SLA pone la domanda sull’uovo e la gallina. L’iperlipidemia è un fattore rilevabile prima della neurodegenerazione e quindi un fattore causativo nello sviluppo della SLA o un adattamento biologico per soddisfare le esigenze energetiche alterate della cellula pre-SLA? I dati disponibili propendono verso il compenso. I modelli animali di SLA supportano il metabolismo lipidico alterato e gli effetti protettivi di una dieta ricca di lipidi. Ma questo vale anche per l’uomo. Oltre alla lipemia postprandiale, una dieta ricca di grassi protegge anche dalla colesterolemia postprandiale, suggerendo un aumento dell’assunzione di lipidi per i pazienti con SLA per compensare l’aumento del fabbisogno energetico.

Un potenziale meccanismo con cui si pensa che una dieta ricca di grassii possa proteggere dagli effetti cellulari della SLA, è la produzione di corpi chetonici dai trigliceridi. Quindi, il meccanismo sarebbe simile a quello di una dieta chetogenica. I corpi chetonici come il β-idrossi-butirrato, il 2-idrossi-butirrato e l’α-chetoglutarato, prodotti attraverso il metabolismo degli acidi grassi in condizioni di digiuno, sono significativamente aumentati nella SLA. Nei soggetti ammalati volontari questo è stato meglio osservato con l’assunzione di grasso di cocco, che ha trigliceridi con acidi grassi a catena corta (6 atomi di carbonio), che possono passare a corpi chetonici (4 atomi di carbonio) molto velocemente. Somministrati ai topi ALS con la classica mutazione SOD1 G93A, supplementi di grasso di cocco hanno fatto migliorare la loro coordinazione motoria e i parametri di metabolismo basale. Eppure, c’è un altro ramo di ricerca che conduce invece, verso la dieta ricca di zuccheri e non di grassi.

Studi epidemiologici suggeriscono che una dieta più ricca di zuccheri potrebbe essere più benefica di quella ricca di grassi. Tuttavia, mentre una dieta ipercalorica a base di grassi non ha fatto ingrassare i soggetti ammalati testati, quella ipercalorica per zuccheri sì. Si rimarca tuttavia, che a parte la quota di energica di cui il soggetto ha bisogno, i muscoli sono composti da proteine e sono quelli la cui funzione va a scemare nel tempo con la progressione della malattia. Mentre l’eccesso di carboidrati può essere di supplemento energetico ai neuroni del midollo spinale che vanno incontro a morte, ritardandone la perdita, questo eccesso non ha lo stesso effetto sulle cellule muscolari. Il trofismo dei muscoli è essenzialmente dipendente dalle proteine, ma non ci sono dati sugli animali da esperimento e meno ancora su pazienti, riguardo agli effetti di una dieta iperproteica o sull’integrazione esterna con proteine o amminoacidi. Un solo trial clinico di fase 1 pubblicato nel 2018, ha dimostrato che assumendo dosi extra dell’aminoacido L-serina, si riduce la progressione della malattia del 34%.

Il meccanismo però sarebbe di neuroprotezione dei motoneuroni e non dei muscoli. Il che ha senso: è più vantaggioso proteggere i neuroni che comandano i muscoli, piuttosto che supportare i muscoli e perdere per sempre le cellule nervose che li comandano.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

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Dott. Gianfrancesco Cormaci
Dott. Gianfrancesco Cormaci
Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998, specialista in Biochimica Clinica dal 2002, ha conseguito dottorato in Neurobiologia nel 2006. Ex-ricercatore, ha trascorso 5 anni negli USA alle dipendenze dell' NIH/NIDA e poi della Johns Hopkins University. Guardia medica presso la casa di Cura Sant'Agata a Catania. In libera professione, si occupa di Medicina Preventiva personalizzata e intolleranze alimentari. Detentore di un brevetto per la fabbricazione di sfarinati gluten-free a partire da regolare farina di grano. Responsabile della sezione R&D della CoFood s.r.l. per la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti alimentari, inclusi quelli a fini medici speciali.

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