Introduzione
L’allergia alle arachidi (in inglese peanut allergy) rappresenta una delle allergie alimentari più importanti, sia per la gravità che può assumere (anafilassi), sia per il suo impatto sociale e sui sistemi sanitari. Le arachidi (famiglia delle Leguminose, genere Arachis) non sono noci in senso botanico, ma legumi; tuttavia, il profilo delle reazioni allergiche le rende tra gli allergeni alimentari più “temuti”. Negli ultimi decenni, il loro peso è aumentato non solo in termini di casi, ma anche in termini di sfide per l’industria agroalimentare e la regolamentazione.
Questo articolo esplorerà (1) l’epidemiologia e la dimensione globale del problema; (2) i meccanismi immunologici e biologici dell’allergia alle arachidi; (3) le manifestazioni cliniche, la diagnosi e la gestione (terapeutica e preventiva); (4) le strategie agroalimentari, biotecnologiche e tecnologiche per ridurre l’allergenicità, o per mitigare il rischio; e (5) le prospettive future. In conclusione, discuteremo le sfide aperte e le aree di ricerca necessarie.
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Epidemiologia e burden globale
1.1 Prevalenza e tendenze temporali
Le stime di prevalenza dell’allergia alle arachidi variano significativamente in funzione dell’area geografica, del metodo diagnostico (auto‐rapporto, test cutanei o provocazione orale), dell’età e dell’epoca dello studio.
- Negli Stati Uniti, la prevalenza è stimata tra lo 0,8 % e l’1,4 % nei bambini, con un aumento nel tempo: da circa 0,4 % nel 1997 a 1,4 % nel 2008.
- In adulti statunitensi, uno studio ha riportato una prevalenza auto-riportata del 2,9 %, ma solo 1,8 % con criteri “convincing” (cioè con reazioni ben documentate).
- In analisi più ampie, la prevalenza globale di allergia alle arachidi è spesso stimata attorno all’1–2 % nei paesi occidentali.
- Uno studio condotto su 40.443 adulti ha stimato una prevalenza dell’1,8 % per “peanut allergy” (soggetti che segnalano o hanno documentazione) in vari paesi occidentali.
- In Australia, l’“Australian SchoolNuts Study” ha trovato che le arachidi contribuivano a una frazione elevata degli episodi di anafilassi confermati.
- Tuttavia, alcune recenti evidenze suggeriscono che dopo cambiamenti nelle linee guida dietetiche (favorendo introduzione precoce), vi sia stato un lieve calo della prevalenza nei neonati australiani (da 3,1 % a 2,6 %) comparando coorti del 2007–2011 con quelle del 2018–2019 (riduzione ~16 %).
- Uno studio JAMA recente ha indicato che tra gli infanti con introduzione precoce di arachidi, la prevalenza di allergia era 2,7 % (vs 6,1 % in quelli senza introduzione precoce).
Le differenze tra stime derivano dal fatto che molti studi usano questionari o auto‐rapporto, e solo alcuni usano provocazione orale (gold standard). Un articolo recente sottolinea che manca un sistema di sorveglianza uniforme volto a stimare con accuratezza prevalenza e gravità delle allergie alimentari in vari paesi (USA nel caso citato).
1.2 Morbilità, gravità e rischio di anafilassi
L’allergia alle arachidi tende ad essere più “aggressiva” rispetto ad altre allergie alimentari:
- In studi pediatrici negli Stati Uniti, circa il 14,2 % dei bambini con allergia alle arachidi ha avuto almeno un episodio di anafilassi.
- Nello stesso contesto, l’esposizione accidentale alle arachidi ha provocato reazioni gravi in 11–17 % dei casi.
- Tra adulti con allergia alle arachidi, circa il 68 % ha riferito almeno un episodio grave.
- Nei bambini, un dato storico indica che circa il 59,2 % di coloro con allergia alle arachidi ha manifestato reazioni severe, vs 42,3 % per le altre allergie alimentari.
- Alcuni studi clinici longitudinali segnalano che, in una coorte di bambini seguiti in 5 anni, fino al 35 % ha sperimentato anafilassi, e in uno studio più piccolo il 52 % ha avuto reazioni “potenzialmente pericolose”.
- L’imprevedibilità della gravità è notevole: anche soggetti con reazioni lievi iniziali possono avere reazioni gravi in esposizioni successive.
L’impatto sociale ed economico è rilevante, considerando che la necessità di evitamento rigoroso, l’ansia da esposizione accidentale e l’uso di auto-iniettori di adrenalina impongono costi individuali e di sistema.
1.3 Fattori di rischio, variazioni geografiche ed etniche
Alcuni fattori sono associati a rischio maggiore:
- Eterogeneità etnica: negli Stati Uniti, la prevalenza è più alta nei soggetti di etnia afroamericana rispetto a bianchi non ispanici.
- Sesso maschile sembra essere un fattore di rischio in alcune coorti pediatriche (es. 1,7 % nei maschi vs 0,8 % nelle femmine) negli USA.
- Comorbilità atopiche: dermatite atopica (eczema) infantile, asma, rinite allergica e altre sensibilizzazioni alimentari o ambientali sono fattori di rischio per lo sviluppo di allergia alle arachidi. Molti soggetti con allergia alle arachidi presentano già un fenotipo atopico.
- Disfunzione della barriera cutanea: mutazioni o ridotta espressione di filaggrina (implicata nella formazione della barriera epidermica) possono facilitare la sensibilizzazione per via cutanea alle proteine delle arachidi.
- Sensibilizzazione tramite contatto ambientale: esposizione cutanea a tracce di allergeni nell’ambiente domestico (polvere contenente particelle di arachide) potrebbe favorire la sensibilizzazione, specialmente in presenza di barrier cutanea alterata.
- Pratiche alimentari infantili: la tempistica e la modalità di introduzione (o evitamento) delle arachidi durante lo svezzamento sono state studiate come possibili modificabili del rischio. Lo studio LEAP (Learning Early About Peanut) ha mostrato che nei bambini ad alto rischio (con dermatite atopica grave e/o sensibilizzazione a uovo), l’introduzione precoce di alimenti contenenti arachidi riduce l’incidenza dell’allergia rispetto a evitamento.
- Altri fattori ambientali o di stile di vita (vitamina D, microbioma intestinale, esposizione a inquinanti) sono in fase di studio come possibili contributi all’“epidemia” di allergie alimentari in paesi industrializzati.
In sintesi, l’epidemiologia indica che l’allergia alle arachidi è presente in circa l’1–2 % dei soggetti nei paesi occidentali, in aumento negli ultimi decenni, con gravità potenzialmente elevata e un impatto significativo sul benessere individuale e collettivo.
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Basi biologiche e meccanismi immunologici
Per comprendere come si sviluppa l’allergia alle arachidi e come intervenire, è fondamentale esaminare le proprietà intrinseche delle proteine allergeniche, il processo di sensibilizzazione, la risposta immunitaria effettiva e i fattori che modulano la severità.
2.1 Proteine allergeniche delle arachidi
Le arachidi contengono molte proteine che possono agire come allergeni. Alcuni sono classificati come “major allergens” (ossia riconosciuti da un’alta percentuale di individui allergici); altri sono minori, ma possono contribuire alla reattività incrociata con altri legumi o cibi. Alcuni allergeni ben noti includono:
- Ara h 1: una proteina vicilina (7S), resistente al calore parziale, e coinvolta in molte risposte allergiche.
- Ara h 2: una proteina 2S-albumina, spesso considerata uno degli allergeni più “potenti” dal punto di vista IgE-mediate.
- Ara h 3: una legumina 11S (o globulina) presente in forma trimerica stabile, che può rappresentare circa il 19 % della proteina totale nelle estrazioni da arachide.
- Ara h 6, Ara h 8, Ara h 9 e altri, alcuni dei quali mostrano allineamenti con proteine di altri alimenti (potenziali reazioni crociate).
Queste proteine presentano caratteristiche utili alla reattività allergica: resistenza alla digestione gastrica e proteolitica, stabilità al calore e capacità di mantenere epitopi conformazionali riconosciuti dalle IgE anche dopo processi di cottura o lavorazione.
2.2 Sensibilizzazione e percorso immunologico
L’allergia alle arachidi segue, come altre allergie alimentari, un modello a due fasi: sensibilizzazione e reazione effettiva (fase effettoria). Il dettaglio, tuttavia, ha peculiarità specifiche.
- Fase di sensibilizzazione
Durante la fase di sensibilizzazione, il sistema immunitario “impara” a riconoscere una proteina alimentare come “pericolosa” e a generare una risposta IgE specifica. In molti casi, la sensibilizzazione avviene per via cutanea (attraverso microlesioni, o in presenza di disfunzione della barriera epidermica, come in soggetti con dermatite atopica), dove allergeni proteici in polvere o ambientali possono passare e interagire con cellule presentanti l’antigene. Le cellule dendritiche cutanee catturano antigeni proteici e migrano verso i linfonodi, dove presentano antigeni (o frammenti) ai linfociti T naive. In presenza di segnali co-stimolatori “favorenti” e di citochine tipo IL-4, IL-13, si polarizza verso una risposta Th2 (linfociti T helper 2).
I linfociti Th2 producono citochine come IL-4, IL-5 e IL-13 che inducono la classe switch dei linfociti B verso la produzione di anticorpi IgE specifici per quella proteina allergenica. Le IgE legate alla superficie dei mastociti e dei basofili (attraverso il recettore FcεRI) “sensibilizzano” queste cellule: esse “portano in serbatoio” anticorpi specifici ma non reagiscono finché non avviene la fase effettiva. Nel corso del tempo, si può instaurare una memoria immunitaria, con cellule B a memoria, plasmacellule a lunga vita, e un pool di cellule T reattive, che predispone alla reattività rapida in successive esposizioni.
Fattori che possono modulare la sensibilizzazione includono la dose e la frequenza dell’esposizione, la via (cutanea vs digestiva), la presenza di adjuvanti (es. microinfiammazione, microbioma alterato) e la predisposizione genetica. Alcuni suggeriscono che l’esposizione a bassi livelli ambientali (es. tracce nella polvere di casa) possa essere “adjuvante” per la sensibilizzazione, specialmente in soggetti con barriera cutanea difettosa.
2.2.2 Fase effettiva: reazione allergica
Quando una persona sensibilizzata ingerisce (o entra in contatto) con la proteina allergenica:
- L’allergene (o frammenti che conservano epitopi) si lega alle IgE già presenti sulle superfici dei mastociti / basofili, cross-legando due o più recettori FcεRI e causando la degranulazione di queste cellule.
- La degranulazione rilascia mediatori preformati (istamina, proteasi, proteoglicani), e stimola la produzione di mediatori neoformati (citochine, leucotrieni, prostaglandine). Questi mediatori provocano vasodilatazione, aumento della permeabilità vascolare, contrazione del muscolo liscio, reclutamento di altre cellule infiammatorie (es. eosinofili).
- L’effetto sistemico può manifestarsi come orticaria, angioedema, prurito, broncospasmo, edema della mucosa respiratoria, vasodilatazione e calo pressorio (shock).
- Nei casi di reazione severa, l’anafilassi può evolvere rapidamente con compromissione respiratoria e cardiovascolare.
Un aspetto particolare è dato dall’effetto “efficienza” dell’allergene: alcune proteine come Ara h 2 hanno epitopi altamente IgE-reattivi e sono resistenti alla degradazione, risultando particolarmente capaci di innescare reazioni anche a basse dosi.
2.3 Determinanti della gravità e variabilità
Alcuni fattori influenzano la probabilità, la velocità e la gravità della reazione allergica:
- Dose dell’allergene: ovviamente, dosi maggiori tendono ad avere impatto maggiore, ma in soggetti fortemente sensibilizzati anche dosi minime possono scatenare reazioni.
- Forma dell’allergene / modalità di ingestione: allergeni cotti, tostati o modificati possono avere epitopi differenti (alcuni distrutti, altri preservati), modulating la reattività.
- Velocità di assorbimento e trasporto: allergeni che passano rapidamente la mucosa intestinale possono causare reazioni più rapide.
- Stato basale dell’individuo: fattori come infezione virale, stress, attività fisica, uso di farmaci (es. anti-infiammatori non steroidei), condizioni di tono vascolare possono aumentare la reattività.
- Interazioni con altri alimenti (cofattori): alcuni alimenti o componenti (alcuni grassi, alcol) possono favorire l’assorbimento dell’allergene o facilitare la reazione.
- Fattori genetici e della regolazione immunitaria: la presenza di varianti genetiche che modulano la risposta immunitaria (es. polimorfismi in geni delle citochine, recettori Fc, difesa antiossidante) può influenzare la gravità.
- “Priming immunitario”: esposizioni precedenti, infiammazioni mucosali o condizioni immunitarie alterate possono predisporre a reazioni più intense.
In sintesi, l’allergia alle arachidi è il risultato di una complessa interazione tra caratteristiche dell’allergene (resistenza, epitopi), modalità di esposizione e la “sensibilità” individuale del sistema immunitario.
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Manifestazioni cliniche, diagnosi e gestione
3.1 Manifestazioni cliniche
Le reazioni allergiche all’ingestione (o contatto) di arachidi possono manifestarsi in vari organi/sistemi, con tempi in genere rapidi (pochi minuti fino a 2 ore):
- Sintomi cutanei: prurito, orticaria, eruzioni cutanee, angioedema (in particolare labbra, volto).
- Sintomi gastrointestinali: nausea, vomito, crampi addominali, diarrea.
- Sintomi respiratori: rinorrea, congestione nasale, tosse, dispnea, broncospasmo, edema laringeo.
- Sintomi cardiovascolari: tachicardia, ipotensione, sincope.
- Anafilassi: coinvolgimento sistemico con sintomi gravi su più apparati (es. grave broncospasmo + ipotensione + alterazioni dello stato mentale).
- Sintomi neurologici: raramente, sensazione di sincope, alterazioni dello stato di coscienza.
La gravità può progredire rapidamente, e la regolazione precoce con adrenalina è essenziale nei casi severi. È importante notare che reazioni ritardate (fino a 4–6 ore) possono verificarsi, ma sono meno comuni.
3.2 Diagnosi
La diagnosi di allergia alle arachidi si basa su una combinazione di storia clinica, test diagnostici e, in molti casi, prove di provocazione controllata. I passi principali sono:
Anamnesi clinica e storia allergica
- Descrizione dettagliata degli episodi (dose stimata, tempo di latenza, sintomi, evoluzione, trattamento).
- Presenza di altri fenotipi atopici (eczema, asma, rinite).
- Dieta e possibili esposizioni “occultate”.
Test in vitro e in vivo
Test cutanei (skin prick test, SPT) con estratti di arachide: sensibilità elevata, ma non discriminano sempre la severità della reazione.
Dosaggio IgE specifiche (sIgE) per arachide (e in alcuni casi per singoli allergeni come Ara h 2): valori maggiori aumentano la probabilità di reazione, ma non forniscono una certezza.
Test di attivazione dei basofili (basophil activation test, BAT): test funzionali che valutano la degranulazione dei basofili in risposta all’allergene. Può essere utile in casi dubbi.
Component-resolved diagnostics (CRD): identificazione delle IgE verso specifici allergeni (Ara h 2, Ara h 6, Ara h 8, ecc.), che può migliorare la previsione della probabilità di reazioni cliniche gravi.
Prova di provocazione orale (oral food challenge, OFC)
È il gold standard diagnostico: somministrazione incrementale dell’allergene in ambiente clinico controllato con monitoraggio. Usato quando esistono dubbi tra risultato dei test e storia clinica, con adeguate precauzioni di sicurezza.
Valutazione del rischio e del soggetto
In base all’età, al profilo atopico, ai livelli di sIgE e alla storia di reazione, si classifica il rischio del soggetto per determinare la gestione.
3.3 Gestione e terapie attuali
Attualmente non esiste una “cura” definitiva per l’allergia alle arachidi; l’approccio terapeutico è combinato e prevede:
Evitamento (strategie dietetiche)
- Eliminazione totale dell’ingestione di arachidi e alimenti contenenti arachidi.
- Attenzione alla contaminazione incrociata negli ambienti di produzione (es. impianti di trasformazione condivisi).
- Lettura attenta delle etichette: molti paesi richiedono l’indicazione degli allergeni.
- Educazione del paziente, della famiglia e degli operatori (ristoranti, scuole).
- Piano d’emergenza scritto con istruzioni in caso di esposizione accidentale.
Adrenalina autoiniettabile (epinefrina)
È il trattamento di prima linea nelle reazioni gravi o anafilassi. Dev’essere portata sempre con sé dal paziente. C’è una formazione all’uso (modalità, dosaggio, tempistica).
Terapie immunologiche (immunoterapia orale, immunoterapia epicutanea, altri approcci)
- Immunoterapia orale (OIT – Oral Immunotherapy): esporre il paziente a dosi crescenti di proteine peanut, con l’obiettivo di desensibilizzare (aumentare la soglia di reazione). Alcuni pazienti raggiungono tolleranza parziale o una “protezione” contro esposizioni basse accidentali. Ad esempio, il farmaco Palforzia (composto di proteina di nocciolina standardizzata) è stato approvato negli USA per bambini 4–17 anni come immunoterapia orale contro l’allergia alle arachidi. Tuttavia, l’OIT non elimina l’allergia: il paziente rimane “sensibilizzato” e può avere reazioni se supera la dose di mantenimento o in concomitanza di fattori cofattori. Rischio di reazioni avverse durante la terapia, pertanto deve essere eseguita in ambiente protetto.
- Immunoterapia epicutanea (EPIT): utilizzo di cerotti o dispositivi che rilasciano piccole quantità di allergene attraverso la pelle per stimolare tolleranza locale. Alcuni studi (es. trial PEPITES) hanno valutato l’efficacia vs placebo in bambini allergici alle arachidi.
- Immunoterapia sublinguale (SLIT): dosi allergeniche poste sotto la lingua, con alcuni studi pilota; l’efficacia tende ad essere minore rispetto all’OIT, ma con profilo di sicurezza migliore.
- Terapie biologiche / modulazione immunitaria (anticorpi monoclonali, modulazione delle citochine): in fase sperimentale, in associazione con OIT o EPIT, per migliorare la sicurezza o accelerare la desensibilizzazione. Nuove strategie (vaccini allergenici modificati, allergoidi, nanoparticelle, uso di tolleranti immunomodulatori) sono in sperimentazione.
Monitoraggio e follow-up
- Valutazioni periodiche (cliniche e immunologiche).
- Revisione del rischio, considerazione di “tapering” della dose in OIT se la tolleranza persiste.
- Valutazione delle comorbilità (asma, eczema), che possono influenzare la reattività.
- Aggiornamenti del piano di emergenza e formazione continua del paziente/famiglia.
Nonostante i progressi, restano questioni aperte: come definire criteri ottimali per l’OIT (chi è candidato, quando interrompere), come predire la sostenibilità della tolleranza a lungo termine, e come minimizzare il rischio durante la terapia.
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Strategie agroalimentari e tecniche per mitigare l’allergenicità delle arachidi
Dato il peso dell’allergia alle arachidi, sia per i soggetti colpiti sia per l’industria alimentare che deve garantire sicurezza, sono state esplorate diverse strategie per ridurre il potenziale allergenico, per migliorare l’etichettatura e per rendere le arachidi “più sicure” (o almeno meno pericolose). Queste strategie si collocano a vari livelli: genetico, colturale, tecnologico e normativo.
- Strategie genetiche e biotecnologiche
Selezione varietale e breeding convenzionale
- Identificare varietà con espressione più bassa di allergeni come Ara h 2 o Ara h 6, mantenendo rese e qualità nutrizionali/pasto.
- Tuttavia, la riduzione completa dell’allergenicità può compromettere la resa, la resistenza a stress ambientali o la qualità del seme.
- Occorre anche considerare l’effetto pleiotropico: le proteine allergeniche sono spesso proteine di riserva e hanno ruoli metabolici.
Modificazione genetica (transgenesi, editing genomico)
- Uso di tecnologie come CRISPR/Cas o RNA interference (RNAi) per “silenziare” la produzione di specifici allergeni (ad es. Ara h 2).
- Alcuni studi sperimentali hanno già esplorato la down-regolazione di geni allergenici in legumi; applicazioni su arachidi sono più recenti.
- Sfide: garantire che la riduzione dell’allergene non comprometta la germinazione, il contenuto proteico o altre proprietà agronomiche; regole normative sui cibi geneticamente modificati nei vari paesi.
Ibridazione con specie affini o uso di geni di tolleranza
Introduzione di alleli “benigni” da specie affini che codificano proteine meno allergeniche, pur conservando le funzioni nutrizionali.
4.2 Tecniche di processamento e modificazione post-raccolta
Molto lavoro è stato fatto per sviluppare metodi di trattamento industriale delle arachidi che riducano l’allergenicità, mantenendo le qualità sensoriali e nutritive. Alcuni approcci:
Trattamenti termici / cottura modificata
- Bollitura: può denaturare alcune proteine allergeniche, riducendone la reattività IgE.
- Tostatura / cottura ad alte temperature: può anche ridurre alcuni epitopi, ma in alcuni casi può invece “esporre” nuovi epitopi o aumentare la reattività residua.
- Microonde, “pressurized steaming”, autoclave: aumentano la denaturazione delle proteine e riducono l’allergenicità in alcuni test sperimentali.
- L’uso combinato di calore e umidità è spesso più efficace della sola alta temperatura secca.
- Uno studio recente ha esplorato l’uso di una tecnologia emergente “IVDV” (intermittent volumetric differential vaporization) per ridurre l’allergenicità delle arachidi mediante vapore controllato.
Idrolisi enzimatica / proteolisi controllata
Uso di proteasi (ad es. alcalasi, tripsina, chimotripsina, bromelaina) per frammentare le proteine allergeniche, riducendo epitopi attivi. E’ stato usato in passato con effetti minimi. L’obiettivo è ottenere peptidi troppo piccoli per legarsi efficacemente alle IgE o per cross-legare i recettori sui mastociti. È necessario un controllo fine per evitare formazione di nuovi epitopi e per garantire sicurezza e sapore adeguati.
Deamidazione chimica / modificazione chimica controllata
Trattamenti con acidi, alcalini o agenti chimici che modificano le cariche o la struttura delle proteine allergeniche, alterando gli epitopi IgE-recogniti. I rischi maggiori sono modifiche indesiderate, formazione di composti tossici o alterazione delle proprietà nutrizionali.
Irradiazione / radiazioni (microonde, raggi gamma, plasma freddo, ultrasonico)
Alcuni studi sperimentali suggeriscono che radiazioni controllate o ultrasuoni possono influenzare la struttura proteica e ridurre la reattività IgE, pur mantenendo la qualità. L’uso di plasma freddo è un’area emergente per inattivare allergeni superficiali.
Combinazioni multi-step
In molti casi, combinare trattamenti (es. cottura + idrolisi enzimatica) è più efficace per ridurre l’allergenicità senza compromettere eccessivamente la qualità. Bisogna ottimizzare le condizioni (temperatura, pH, tempo, concentrazioni enzimi) per ogni formulazione alimentare.
Formulazione alimentare / matrice
- Incorporare le proteine di arachide in matrici complesse (es. emulsioni, proteine vegetali, fibre) che “mascherano” epitopi o ne rallentano l’assorbimento.
- Uso di nanoparticelle o incapsulamento (liposomi, microcapsule) per controllare il rilascio dell’allergene e ridurne l’impatto.
- Sfruttare coformulanti che “inibiscono” l’interazione IgE-proteina (es. polisaccaridi, polifenoli) è un’area sperimentale.
Monitoraggio e controllo della contaminazione incrociata
- Nei processi produttivi, usare linee dedicate senza contatto con arachidi, protocolli di pulizia rigorosi, test di contaminazione residua (ELISA, spettrometria di massa).
- Validazione dei processi di decontaminazione, validazione dei livelli accettabili di traccia negli alimenti.
Conclusione
L’allergia alle arachidi è un problema sanitario rilevante, con prevalenza stimata attorno all’1–2 % nelle popolazioni dei paesi occidentali, e con tendenza all’aumento nel corso delle ultime decadi. Le reazioni allergiche possono essere gravi, con rischio di anafilassi, e richiedono una gestione attenta. I meccanismi immunologici coinvolgono la sensibilizzazione con produzione di IgE specifiche e la reazione effettiva mediata da mastociti e basofili, con rilascio di mediatori infiammatori.
Le proteine allergeniche delle arachidi (es. Ara h 1/2/3/6) possiedono caratteristiche (resistenza alla degradazione, epitopi stabili) che favoriscono la reattività anche in presenza di trattamenti cottura. La gestione clinica attuale si basa su evitamento rigoroso, uso di adrenalina, e, dove possibile, immunoterapia (orale, epicutanea, sublinguale) per desensibilizzare. Tuttavia, è improbabile che le terapie attuali “cancellino” l’allergia; l’obiettivo è aumentare la soglia di reazione e migliorare la sicurezza del soggetto.
Sul fronte agroalimentare, sono in corso molteplici strategie per ridurre l’allergenicità: dall’editing genetico alla selezione varietale, dai trattamenti termici/modificativi all’idrolisi enzimatica, fino all’uso di tecnologie emergenti (vapore controllato, plasma, nanomateriali). La sfida sta nel bilanciare efficacia nella riduzione dell’allergene, mantenimento della qualità nutrizionale e del gusto, scalabilità industriale e accettabilità regolatoria. Guardando avanti, la convergenza tra biologia molecolare, immunologia, tecnologie di processamento e politiche regolatorie appare essenziale per affrontare in modo sostenibile questo problema. In particolare, sono necessari:
- studi clinici su larga scala per valutare efficacia e sicurezza delle immunoterapie (e loro combinazioni con biologici);
- sviluppo e validazione di biomarcatori predittivi di reazione severa;
- progetti pilota industriali per produrre “arachidi ipoallergeniche” e test di mercato;
- armonizzazione normativa internazionale sull’etichettatura e la gestione dei residui allergenici.
– A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.
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