La struttura e le debolezze del SSN
Il Servizio Sanitario Nazionale è universalistico e fortemente regionalizzato: lo Stato definisce i LEA e i grandi indirizzi, mentre le Regioni organizzano e gestiscono l’erogazione dei servizi. Il finanziamento è soprattutto pubblico e deriva da fiscalità generale/regionale e compartecipazioni, con un ruolo storico di IRAP, addizionale IRPEF e IVA, più entrate proprie e ticket. Indipendentemente dalla “mazzata” derivante dalla trascorsa pandemia, le difficoltà oggettive della sanità sembrano non recedere nonostante le necessità impellenti.
“Tagli” o sottofinanziamento?
Negli ultimi anni il tema non è tanto il taglio “secco” di euro in valore assoluto, quanto il peso della sanità sul PIL e la distanza tra bisogni reali e risorse disponibili. Secondo analisi GIMBE basate sul DFP 2025, nel 2024 la spesa sanitaria è intorno al 6,3% del PIL e la programmazione la mantiene circa al 6,4% fino al 2028, quadro letto come insufficiente a recuperare il gap accumulato.
Parallelamente, la Legge di Bilancio 2025 prevede un finanziamento del SSN pari a circa 136,5 miliardi nel 2025 con incremento fino a 141,3 miliardi nel 2027, ma con misure spesso giudicate ancora non risolutive sul piano strutturale. Nel confronto internazionale, l’Italia mostra indicatori misti: spende meno della media OCSE pro capite e ha meno infermieri e meno posti letto per abitante rispetto alla media, pur con un numero di medici per 1.000 abitanti relativamente alto.
Difficoltà più evidenti oggi
- Liste d’attesa e accesso: nel 2024 il 6,8% degli italiani ha riferito di aver rinunciato a visite/esami di cui aveva bisogno a causa delle attese (fonte Università Cattolica Sacro Cuore).
- Divari territoriali legati alla regionalizzazione e alle diverse capacità fiscali ed organizzative (fonte Università Cattolica Sacro Cuore).
- Servizi territoriali ancora in assestamento: il PNRR ha puntato molto sulla rete di prossimità, con una dotazione complessiva della Missione Salute fissata a 15,63 miliardi, mentre alcune risorse complementari sono state rimodulate/ridotte.
Reperimento dei fondi: che cosa è “difficile” davvero
Le difficoltà di finanziamento derivano soprattutto da vincoli di finanza pubblica e competizione con altre priorità di spesa, aumento dei bisogni (cronicità, non autosufficienza, innovazione tecnologica e farmacologica) e altro meccanismo multi-fonte (IRAP/IRPEF/IVA e perequazioni) con effetti diversi regione per regione, e dibattiti aperti su eventuali riforme/riassetti del gettito.
Perché molti medici non vogliono più l’ospedale?
Parlare di “rifiuto” in senso assoluto sarebbe eccessivo, ma è reale la perdita di attrattività del lavoro ospedaliero. Le ragioni più citate da analisi sindacali e studi includono:
- Carichi di lavoro e turni pesanti, spesso aggravati da organici incompleti.
- Burnout e peggioramento del work-life balance.
- Burocrazia crescente e meno tempo clinico di qualità.
- Retribuzioni percepite come non proporzionate a responsabilità e rischi rispetto ad alternative private, libera professione o estero.
- Maggiore esposizione a contenziosi e aggressioni, soprattutto in alcune aree critiche come l’emergenza-urgenza.
- Rigidità organizzative e lentezza nei percorsi di carriera.
Anaao-Assomed, già nel periodo 2019-2021, descriveva un aumento delle uscite e indicava come motivazioni chiave orari più sostenibili, maggiore autonomia e minore carico burocratico. Più recentemente, fonti Anaao riportano la persistenza del fenomeno con un flusso quotidiano di dimissioni verso privato o attività autonoma, segnale di un disagio ancora vivo.
Carenza di medici ed infermieri
Oggi in Italia il problema è meno una “mancanza assoluta” di medici e più una carenza selettiva (alcune specialità e la medicina generale) insieme a una fuga dal SSN verso privato/estero o lavori più sostenibili. Secondo GIMBE, i dati OCSE mostrano un numero complessivo di medici alto in rapporto alla popolazione, ma il nodo è l’attrattività del pubblico e la distribuzione per specialità/territorio; inoltre si stima una carenza di migliaia di MMG e PLS al 1° gennaio 2024. Anche analisi Anaao indicano una carenza di specialisti nel SSN ancora fino al 2027, con rischio di scenario opposto di “pletora” negli anni successivi se non si avvia un piano di assunzioni e migliori condizioni di lavoro.
Sul fronte infermieristico, la criticità appare più strutturale: l’Italia è in coda per numero di infermieri rispetto ai Paesi OCSE, con 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti contro 9,5 della media OCSE; gli infermieri dipendenti nel 2023 risultano circa 277 mila (4,7 per 1.000), con forti differenze regionali. Questo si traduce in carichi assistenziali più pesanti, turni più duri e un circolo vizioso che alimenta dimissioni e riduce l’attrattività della professione, mettendo sotto pressione ospedali, pronto soccorso e la stessa attuazione della sanità territoriale.
In sintesi
Il SSN non è “crollato”, ma è in una fase di stress sistemico: il suo è finanziamento in crescita nominale ma giudicato insufficiente rispetto ai bisogni, cui si aggiunge una forte pressione su ospedali e pronto soccorso (accessi spesso non realmente clinicamente rilevanti). Per finire, le liste d’attesa che incidono anche sulla rinuncia alle cure e difficoltà strutturali nel rendere l’ospedale un luogo di lavoro sostenibile e competitivo, completano il quadro delle difficoltà.
- A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.
