In occasione della European Mobility Week, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha richiamato l’attenzione sullo stretto legame tra mobilità attiva e salute, evidenziando come la scelta di muoversi a piedi o in bicicletta rappresenti uno strumento fondamentale di prevenzione [1]. Nonostante i noti benefici cardiovascolari e metabolici, i dati italiani della sorveglianza Passi (relativi al biennio 2023-2024) registrano una preoccupante diminuzione degli spostamenti attivi tra la popolazione adulta [1]. Parallelamente, lo studio italiano Climactions ha analizzato come l’adozione di trasporti sostenibili e lo smart working possano ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica (CO2) legate al pendolarismo casa-lavoro [2]. Questo articolo analizza lo stato della mobilità attiva in Italia, l’impatto delle emissioni sulla salute pubblica e gli ostacoli ambientali, definiti “sabotatori”, che condizionano quotidianamente le nostre abitudini di vita [1][2].
La mobilità attiva in Italia: l’analisi della sorveglianza Passi
La sorveglianza Passi, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, fornisce un quadro dettagliato sulle abitudini di movimento della popolazione adulta italiana di età compresa tra i 18 e i 69 anni, evidenziando forti disparità demografiche e geografiche [1]. Secondo i dati raccolti nel biennio 2023-2024, solo il 10% degli adulti utilizza regolarmente la bicicletta per i propri spostamenti quotidiani, come recarsi al lavoro o a scuola [1]. Questa pratica risulta significativamente più comune tra la popolazione maschile (11% rispetto alle donne) e tra i cittadini stranieri, dove raggiunge il 15% [1].
La tendenza a spostarsi a piedi è decisamente più diffusa, coinvolgendo il 39% del campione nazionale [1]. Chi cammina abitualmente per i propri spostamenti lo fa in media per più di 4 giorni alla settimana, accumulando circa 170 minuti settimanali di movimento [1]. Questa abitudine è più frequente tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni (47%), tra le donne (43%), tra i soggetti con un livello di istruzione più elevato o senza difficoltà economiche, e tra i cittadini di origine straniera (45%) [1].
Tuttavia, emerge un divario geografico netto tra il Nord e il Meridione d’Italia [1]. L’uso della bicicletta per scopi utilitaristici interessa il 15% dei residenti nelle regioni settentrionali, contro appena il 7% nel Centro-Sud [1]. La Provincia Autonoma di Bolzano si conferma leader assoluta: qui una persona su quattro si sposta regolarmente in sella, e quasi sei residenti su dieci (dato condiviso con il Piemonte) scelgono di camminare per raggiungere i luoghi frequentati quotidianamente [1].
Il dato più preoccupante evidenziato dall’ISS riguarda il trend temporale: la scelta di ricorrere alla mobilità attiva è in lenta e costante diminuzione in tutta Italia [1]. Questo decremento si registra in modo più marcato proprio tra le fasce d’età più giovani, in particolare tra i 18 e i 34 anni [1]. Di conseguenza, la quota di italiani che riesce a soddisfare i livelli di attività fisica raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) unicamente attraverso gli spostamenti attivi rimane ferma e stabile nel tempo intorno al 19% [1].
Emissioni di CO2 e trasporti: i risultati del progetto Climactions
Il tema della mobilità non riguarda unicamente il benessere muscoloscheletrico e cardiovascolare individuale, ma si intreccia con la tutela della salute ambientale e la riduzione dei gas climalteranti [2]. A questo proposito, uno studio trasversale legato al progetto italiano Climactions ha stimato le emissioni di anidride carbonica (CO2) associate ai diversi modelli di pendolarismo casa-lavoro prima, durante e dopo la fase emergenziale della pandemia da COVID-19 [2].
L’indagine, pubblicata nel 2025, si è basata su un questionario online compilato da un campione di 2.904 partecipanti, in prevalenza donne (62,3%) e residenti nel Nord Italia (44,6%), con oltre l’80% degli intervistati di età superiore ai 40 anni [2]. I ricercatori hanno raccolto informazioni dettagliate sulle modalità di trasporto impiegate, sulle distanze percorse, sui tempi medi di percorrenza e sulle soluzioni proposte per migliorare la sostenibilità urbana [2].
Per stimare l’impatto ambientale delle diverse opzioni di trasporto, gli autori dello studio hanno applicato i coefficienti di emissione specifici per veicolo definiti dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), ponderandoli in base al numero medio di passeggeri a bordo di ciascun mezzo [2]. Attraverso questi dati, il progetto ha definito scenari futuri di mobilità sostenibile, valutando l’impatto dell’integrazione di modalità attive (come il cammino e la bicicletta) [2]. Lo studio evidenzia come la combinazione di modalità di lavoro flessibili, come lo smart working, e l’adozione di spostamenti non motorizzati rappresenti una strategia concreta per abbattere le emissioni di carbonio nelle aree urbane, migliorando la qualità dell’aria e, di riflesso, riducendo l’esposizione della popolazione agli inquinanti atmosferici [2].
La campagna “The Saboteurs”: perché la sola consapevolezza non basta
Promuovere i benefici della mobilità attiva richiede uno sforzo che va ben oltre la semplice informazione scientifica [1]. Molti cittadini conoscono perfettamente i cardini di una vita sana, ovvero praticare esercizio fisico, seguire un’alimentazione equilibrata ed evitare sostanze tossiche come tabacco e alcol [1]. Ciononostante, il passaggio dalla conoscenza teorica all’azione quotidiana si scontra con ostacoli strutturali complessi inseriti nel contesto urbano [1].
Per rendere visibili queste barriere invisibili, la Joint Action europea PreventNCD – un’iniziativa congiunta finanziata dall’Unione Europea che coinvolge 25 Paesi, tra cui l’Italia con il supporto dell’ISS – ha lanciato la campagna di comunicazione digitale “The Saboteurs” [1]. Il fulcro della campagna è un cortometraggio animato che mostra in chiave ironica ed esagerata le disavventure di un uomo comune, continuamente interrotto e ostacolato da un gruppo di “sabotatori” personificati mentre tenta di compiere scelte salutari [1].
La campagna evidenzia come il nostro comportamento sia costantemente condizionato dall’ambiente esterno [1]:
- La progettazione urbanistica di strade e quartieri che spesso privilegia il traffico automobilistico a scapito di piste ciclabili sicure e marciapiedi agibili [1].
- La sedentarietà forzata imposta dai ritmi e dalle modalità di lavoro contemporanee [1].
- La disponibilità pervasiva, la promozione pubblicitaria e l’accessibilità economica di prodotti dannosi come alcol e tabacco nei luoghi di socializzazione e online [1].
- Le tentazioni alimentari costanti all’interno dei punti vendita [1].
La coordinatrice del progetto, Linda Granlund, ha sottolineato che considerare lo stile di vita esclusivamente come il risultato di scelte individuali e isolate è un errore di prospettiva [1]. È l’ambiente di vita a guidare le nostre decisioni in modo subconscio [1]. Pertanto, la vera sfida per i decisori politici e le autorità sanitarie consiste nel progettare contesti sociali e urbani in cui la scelta salutare sia anche la più facile e accessibile da mettere in pratica [1].
Limiti metodologici delle ricerche su mobilità attiva e salute
Per comprendere correttamente la portata di queste evidenze scientifiche ed epidemiologiche, è necessario analizzarne i limiti strutturali, distinguendo tra correlazione e causalità ed evitando generalizzazioni improprie.
La sorveglianza Passi dell’Istituto Superiore di Sanità si basa su interviste e dati autodichiarati (self-reported) da parte del campione di popolazione [1]. Questo metodo comporta il rischio di bias di desiderabilità sociale (i partecipanti potrebbero sovrastimare il tempo dedicato al cammino o alla bicicletta) o di errore di memoria (recall bias) [1]. Inoltre, pur fotografando in modo accurato la stabilità del 19% di italiani che raggiungono i livelli raccomandati di attività fisica tramite la mobilità attiva, la sorveglianza non stabilisce un nesso causale diretto tra la diminuzione della mobilità attiva e l’insorgenza specifica di patologie individuali, limitandosi a rilevare un’associazione a livello di popolazione [1].
Lo studio del progetto Climactions presenta a sua volta limiti metodologici significativi [2]. Essendo un’indagine trasversale (cross-sectional) condotta tramite un questionario online distribuito anche sui social media, soffre di un forte bias di autoselezione [2]. Il campione di 2.904 rispondenti non è pienamente rappresentativo dell’intera popolazione italiana: vi è una netta prevalenza di donne (oltre il 62%), di residenti nelle regioni del Nord Italia (quasi il 45%) e di persone di età matura (l’80% ha più di 40 anni) [2]. I dati sulle emissioni di CO2 non derivano da misurazioni dirette sul campo ma da stime matematiche basate su parametri medi dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, le quali potrebbero non riflettere l’efficienza reale del parco circolante italiano o le condizioni di traffico specifiche delle singole città [2]. Lo studio descrive scenari potenziali, ma non dimostra l’effettiva fattibilità clinica o logistica di tali transizioni per tutti i lavoratori [2].
Cosa significano queste scoperte per la vita quotidiana?
L’insieme di queste evidenze non deve essere tradotto in prescrizioni rigide o nell’illusione che una singola modifica possa risolvere patologie complesse. Piuttosto, i dati suggeriscono l’importanza di valorizzare l’accumulo di piccoli cambiamenti routinari [1].
La campagna PreventNCD e le raccomandazioni internazionali non richiedono una rivoluzione drastica delle proprie abitudini dall’oggi al domani [1]. Al contrario, l’accento è posto su variazioni graduali e sostenibili nel lungo periodo, focalizzate su quattro pilastri fondamentali: incremento dell’attività fisica, miglioramento dell’apporto nutrizionale (con più frutta e verdura), ed eliminazione o riduzione del consumo di alcol e tabacco [1].
I dati della sorveglianza Passi indicano che chi si muove a piedi lo fa per una media di 170 minuti alla settimana [1], un volume di movimento che da solo permette di soddisfare ampiamente i target raccomandati dall’OMS per la prevenzione cardiovascolare, senza la necessità di sessioni di allenamento intensive in palestra. Sostituire l’auto con la bicicletta o con il cammino per i tragitti brevi è una scelta che, se ripetuta con regolarità settimanale, si consolida in un’abitudine stabile, in grado di generare benefici cumulativi per la salute individuale e di contribuire alla riduzione dell’impronta carbonica collettiva [1][2].
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Bibliografia e fonti
- Istituto Superiore di Sanita. La mobilità attiva migliora la salute, in un video i ‘sabotatori’ che ostacolano il benessere quotidiano. 2026-09-19. Fonte originale
- Bauleo L, de'Donato F, De Sario M, Michelozzi P, Ancona C.. [Smart working and active mobility for reducing CO2 emissions from the home-to-work commute: the results of the Climactions project].. 2025. doi:10.19191/ep25.2-3.s1.053. PMID:40765459. Fonte originale
- Lyu J, Xiao M, He B. Parental son preference in childhood and sex differences in the risk of cardiovascular disease in middle-aged and older adults.. American journal of preventive medicine. 2028. doi:10.1016/j.amepre.2026.108545. PMID:42680123. Fonte originale
- Jung SC, Curtis JR, Yang S, Choi Y, Lim MH, Lee S, Cho SI, Park JK. Effects of air pollution on disease activity in patients with rheumatoid arthritis.. Annals of the rheumatic diseases. 2028. doi:10.1016/j.ard.2026.06.018. PMID:42557168. Fonte originale
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