domenica, Giugno 23, 2024

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Diabete tipo 1: non tutte le cellule beta sono morte dall’inizio

Si stima che negli Stati Uniti, 1.250.000 persone siano affetti da diabete tipo 1, fra adulti e bambini. Come sanno tutti, la condizione è autoimmunitaria e per qualche ragione mista fra cause genetiche, fattori ambientali e stile di vita, il sistema immunitario di questi individui distrugge le cellule beta del pancreas produttrici di insulina. Si è sempre pensato che una volta raggiunta la fase clinicamente conclamata, il paziente non fosse più in grado di recuperare la sintesi endogena di insulina, portandolo perciò a dipendere dalla terapia esterna. Qualche studio diversi anni fa aveva già ipotizzato che ci fosse la possibilità per questi individui di poter ancora produrre insulina. E dei ricercatori della Uppsala University in Svezia hanno confermato l’ipotesi originaria, trovando che almeno la metà dei pazienti con diabete tipo 1 da almeno 10 anni, possono ancora produrre insulina da sé stessi. Per di più, questi producono una citochina chiamata interleuchina 35 (IL-35), che sopprime il sistema immunitario in tal senso e reduce l’infiammazione generalizzata del loro organismo.

Il Dr. Daniel Espes, del Department of Medical Cell Biology della Uppsala University, ed il suo team hanno pubblicato i loro risultati da poco sulla rivista Diabetes Care. Per il suo studio, il team ha cercato di scoprire perché questi pazienti producono ancora insulina e quali meccanismi potessero condurre alla sintesi della IL-35. Hanno quindi arruolato 113 pazienti di età dai 18 anni in su tutti affetti da diabete tipo 1 da almeno dieci anni. Con analisi del sangue e il test ultra-sensitive ELISA, i ricercatori hanno misurato nel loro plasma i livelli del C-peptide, un indicatore della sintesi di insulina, oltre a viarie citochine infiammatorie e quella antiinfiammatoria IL-35. Con sorpresa, la metà dei pazienti erano positive per il C-peptide, il che vuol dire che producevano ancora una piccola quantità di insulina. Gli stessi avevano contemporaneamente più alti livelli della IL-35, rispetto ai pazienti negativi, indicando che le loro reazioni infiammatorie interne erano compensate a livello immunitario.

Ricerche precedenti avevano suggerito che la IL-35 potesse sopprimere le reazioni autoimmuni, perciò nulla di strano che questi pazienti per compensare il loro stato deficitario si attrezzino a produrre IL-35 per riportare in pareggio l’ago della bilancia. Comunque, il Dr. Espes ed il team non sono stati in grado di determinare se i pazienti positivi per C-peptide avessero livelli più alti di IL-35 alla diagnosi, o se i livelli di IL-35 potessero aumentare nel tempo dato che il sistema immunitario non stava più attaccando le cellule del pancreas. Anche se i risultati sono preliminari, i ricercatori credono che la IL-35 possa diventare un farmaco da impiegare nel diabete autoimmune. Ancora meglio, dato che la metà dei pazienti è ancora in grado di produrre una certa quantità di insulina, sarebbe possibile trovare un modo per incoraggiare le cellule beta del pancreas a rigenerarsi, per aumentare ancor di più la sintesi di insulina endogena.

Un simile farmaco non esiste ancora, anche se sono stati scoperti dei meccanismi di trascrizione genica e le proteine che li guidano. Ma elaborare una molecola che bersagli queste proteine richiede del tempo, sforzi, prove cliniche e tutto quello che ne consegue. Per di più le proteine in questione sono fattori di trascrizione, ovvero proteine che legano direttamente il DNA dicendo alla cellula cosa produrre o meno. E non è facile ingegnerizzare una molecola per queste proteine, almeno per ora, soprattutto se non è noto quale porzione di proteina lega il DNA o quale contesto cellulare ne determina l’attivazione. Esiste, invece, una possibilità ancora più semplice e diretta, ovvero intervenire sulla dieta. Ci sono prove scientifiche sufficienti a dimostrare che il glutine del grano sia citotossico per le cellule beta del pancreas; e che una dieta senza glutine i pazienti con diabete tipo 1 possa essere di beneficio.

Qualche anno fa, è stato visto che topi con diabete genetico avevano cellule beta rimpicciolite o quasi atrofiche. A questi topi è stato permesso di accedere ad una dieta priva di glutine per un certo lasso di tempo, dopo il quale gli animali sono stati sacrificati. Con sorpresa, i pancreas dei topi che avevano “mangiato” gluten-free avevano cellule beta di dimensioni maggiori, non erano affatto atrofizzate e producevano ancora un 20% residuo di insulina. Anche l’infiltrazione di cellule immunitarie (linfociti T) era molto bassa rispetto ai topi che avevano avuto una dieta regolare (Haupt-Jorgensen et al. 2016). Uno studio successivo ha rilevato che dopo somministrazione orale di frammenti di glutine in topi sia normali che NOD (diabetici ma non obesi), questi frammenti sono comparsi nel pancreas degli animali sacrificati (Bruun SW et al. 2016).

Questo indica che c’è la possibilità per i frammenti derivati dalla regolare digestione del glutine (da pane, pasta, ecc.) di oltrepassare la barriera intestinale e, attraverso il circolo sanguigno, raggiungere organi bersaglio come il pancreas. Nell’uomo non è stato provato; si attendono evidenze scientifiche al riguardo.

  • a cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, Medico specialista in Biochimica Clinica.

Referenze bibliografiche

Espes D et al. Diabetes Care. 2017 Aug; 40(8):1090-1095.

Manzoor F et al. Eur J Immunol. 2017 Jan;  47(1):144-154. 

Bruun SW et al. J Diabetes Res. 2016; 2016:2424306. 

Haupt-Jorgensen M et al. Diabetes Metab Res Rev. 2016; 32(7):675-84.

Nucci AM e tal. Curr Diab Rep. 2015 Sep; 15(9):62.

Krishna CS, Srikanta S. Indian J Endocrinol Metab. 2015; 19:S58-63. 

Larsen J et al. Eur J Immunol. 2014 Oct; 44(10):3056-67. 

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Dott. Gianfrancesco Cormaci
Dott. Gianfrancesco Cormaci
Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998, specialista in Biochimica Clinica dal 2002, ha conseguito dottorato in Neurobiologia nel 2006. Ex-ricercatore, ha trascorso 5 anni negli USA alle dipendenze dell' NIH/NIDA e poi della Johns Hopkins University. Guardia medica presso la casa di Cura Sant'Agata a Catania. In libera professione, si occupa di Medicina Preventiva personalizzata e intolleranze alimentari. Detentore di un brevetto per la fabbricazione di sfarinati gluten-free a partire da regolare farina di grano. Responsabile della sezione R&D della CoFood s.r.l. per la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti alimentari, inclusi quelli a fini medici speciali.

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