giovedì, Luglio 18, 2024

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“Addestramento” contro l’autoimmunità: in quale fra le condizioni conosciute l’esercizio fisico ha il maggior beneficio?

L’aumento globale delle malattie autoimmuni, guidato da fattori ambientali e di stile di vita, presenta sfide importanti per gli individui e i sistemi sanitari. Spesso è necessaria una gestione permanente, poiché l’inattività fisica peggiora le condizioni. In combinazione con le cure mediche, si consiglia l’esercizio fisico per migliorare la qualità della vita, migliorare la salute fisica e alleviare i sintomi. L’esercizio fisico regolare è scientificamente riconosciuto per i suoi benefici antinfiammatori. È attribuito al suo ruolo nel rilascio di ormoni e miochine che sopprimono le citochine proinfiammatorie, mobilitano le cellule immunitarie come i linfociti T regolatori (Treg), le cellule natural killer (NK) e riducono il grasso viscerale mitigando così l’infiammazione sistemica. Sono necessarie ulteriori ricerche per chiarire i meccanismi specifici attraverso i quali l’esercizio modula le risposte immunitarie e per identificare protocolli di esercizio ottimali per le singole malattie autoimmuni.

Una revisione sistematica eseguita dall’Università di Shanghai ha aderito alle linee guida PRISMA ed è stata registrata nel database PROSPERO (International Database of Prospectively Registered Systematic Reviews). È stata condotta una ricerca bibliografica completa su PubMed, Web of Science ed Embase, prendendo di mira gli studi pubblicati dal gennaio 2003 all’agosto 2023 che esploravano gli interventi di esercizio fisico nei pazienti con malattie autoimmuni. Sono stati presi in considerazione per l’inclusione studi controllati randomizzati e non randomizzati che esaminavano l’impatto dell’esercizio fisico sui biomarkers correlati all’infiammazione. Nella ricerca completa culminata nell’esame di 14.565 record, è stata esaminata l’idoneità di 736 articoli a testo completo dopo i controlli di deduplicazione e pertinenza. Alla fine, sono stati ritenuti idonei all’inclusione 87 studi che hanno coinvolto 2.779 partecipanti con diagnosi di varie malattie autoimmuni.

La sclerosi multipla (SM) è emersa come la condizione studiata più frequentemente, seguita, tra gli altri, dall’artrite reumatoide (REA), dal diabete di tipo 1 (T1D) e dal lupus eritematoso sistemico (LES). La diffusione demografica includeva sia adulti che adolescenti, con una notevole attenzione all’età e al sesso come fattori che influenzano sia l’efficacia degli interventi fisici sia la prevalenza delle malattie autoimmuni. Gli interventi valutati in questi studi variavano ampiamente, compresi programmi di esercizi acuti e regolari attraverso diverse modalità come l’allenamento aerobico (ATR), l’allenamento di resistenza (RET), l’allenamento ad intervalli ad alta intensità (HIT) e altri come yoga, pilates, Tai Chi e altri esercizi. Gli studi hanno sottolineato collettivamente la frequenza delle sessioni di esercizio, che variava da 3 a 5 volte a settimana, e hanno dettagliato i protocolli di esercizio utilizzati. Gli interventi di esercizio acuto erano inefficaci o anche modestamente ma transitoriamente pro-infiammatori.

Sono stati raccolti anche dati sulla sicurezza, concentrandosi sui motivi di ritiro dei partecipanti e su eventuali eventi avversi registrati durante gli interventi di esercizio. I risultati di questi studi mettono in luce gli effetti dell’esercizio sui biomarkers infiammatori in diverse malattie autoimmuni. Ad esempio, nella SM, gli interventi di esercizio fisico regolare hanno dimostrato benefici antinfiammatori attraverso la riduzione della proteina C-reattiva (PCR), dell’interleuchina (IL)-6 e del fattore di necrosi tumorale (TNF)-α, insieme a miglioramenti nella disabilità clinica, affaticamento, umore e altri risultati sulla salute. Modelli simili di beneficio sono stati osservati nell’ARE, con l’esercizio che porta a riduzioni dei marcatori infiammatori e miglioramenti nell’attività della malattia e nella forma fisica. Tuttavia, in condizioni come il diabete genetico e il LES, l’impatto dell’esercizio sui biomarkers era meno consistente, indicando la complessa interazione tra esercizio fisico e patologia autoimmune.

  • a cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

Blaess J et al. RMD Open. 2024 Apr; 10(2):e004171.

Khalil MT et al. Arthritis Care Res. 2024; 76(3):437-38.

Lund K, Knudsen T et al. Trials. 2023 Nov; 24(1):742.

Spinelli FR et al. Autoimmun Rev. 2023; 22(10):103412.

Martin SJ, Schneider R. Front Neurol. 2023; 14:1190208.

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Dott. Gianfrancesco Cormaci
Dott. Gianfrancesco Cormaci
Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998, specialista in Biochimica Clinica dal 2002, ha conseguito dottorato in Neurobiologia nel 2006. Ex-ricercatore, ha trascorso 5 anni negli USA alle dipendenze dell' NIH/NIDA e poi della Johns Hopkins University. Guardia medica presso la casa di Cura Sant'Agata a Catania. In libera professione, si occupa di Medicina Preventiva personalizzata e intolleranze alimentari. Detentore di un brevetto per la fabbricazione di sfarinati gluten-free a partire da regolare farina di grano. Responsabile della sezione R&D della CoFood s.r.l. per la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti alimentari, inclusi quelli a fini medici speciali.

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