venerdì, Gennaio 16, 2026

Medicina penitenziaria (4): l’abuso di antidolorifici nel contesto carcerario e le sue cause

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L’abuso di farmaci antidolorifici in carcere è un fenomeno che nasce all’intersezione tra un’elevata prevalenza di dolore e disturbi da uso di sostanze nella popolazione detenuta, pratiche prescrittive spesso difformi tra istituti, mercati interni che attribuiscono valore “di scambio” ai farmaci con effetto psicoattivo e, soprattutto, dalla discontinuità terapeutica tra ingresso, permanenza e rilascio. Nelle prigioni, gli oppioidi a basso/medio potenziale e i gabapentinoidi sono particolarmente esposti a uso improprio: buprenorfina e metadone sono capisaldi del trattamento del disturbo da uso di oppioidi (MOUD), ma la buprenorfina può essere deviata (diversion) quando l’accesso a percorsi strutturati è scarso o poco vigilato.

Da qui l’importanza di programmi che ne prevedano erogazione controllata, continuità post-rilascio e, quando appropriato, l’uso di formulazioni e modalità di somministrazione meno “diversibili” e più aderenti. La letteratura recente, dagli studi osservazionali alle revisioni sistematiche, indica che la disponibilità di metadone e buprenorfina in detenzione non solo non “alimenta” il mercato nero, ma riduce il consumo illecito interno e migliora la sopravvivenza e l’aggancio alle cure dopo l’uscita: a distanza di sei mesi dal rilascio chi ha ricevuto MOUD in carcere prosegue la terapia molto più spesso e presenta un rischio di morte per overdose nettamente inferiore nelle settimane critiche post-scarcerazione.

Le stime più solide parlano di riduzioni sostanziali della mortalità da overdose nel primo mese dopo l’uscita quando il trattamento agonista è stato garantito durante la detenzione e raccordato ai servizi territoriali. Accanto agli oppioidi agonisti “terapeutici”, in molti sistemi penitenziari europei e nordamericani si osserva il misuso di tramadolo, spesso perché percepito come oppioide “più accessibile” o maggiormente prescritto per il dolore cronico non oncologico, e dei gabapentinoidi (pregabalin e gabapentin), impiegati per dolore neuropatico e comorbidità psichiatriche ma dotati di potenziale rinforzante soprattutto in coassociazione con oppioidi o benzodiazepine.

Nelle carceri sono stati documentati incrementi di prescrizione, uso non indicato e casi di diversione, con quote non trascurabili di co-prescrizioni rischiose e segnalazioni di abuso / dipendenza. Il quadro emergente, in particolare per il pregabalin, è quello di una “epidemia silenziosa” di uso improprio che riflette tendenze già visibili nella comunità libera e che, in carcere, si amplificano per la compresenza di dolore, sofferenza psichica, carenze di interventi non farmacologici e dinamiche di scambio; non sorprende che in diversi istituti le direzioni sanitarie abbiano irrigidito criteri di eleggibilità, privilegiato indicazioni on-label e rafforzato l’osservazione dell’assunzione proprio per mitigare questi rischi.

Se guardiamo alle cause “interne” al carcere, la prima è clinica: chi entra in istituto presenta un carico di dolore acuto e cronico superiore alla popolazione generale (traumi, muscoloscheletrico da lavori usuranti, neuropatie, esiti di incidenti) spesso intrecciato con disturbi da uso di sostanze e disturbi mentali; la gestione del dolore, se poco strutturata, slitta verso molecole ad alto gradiente di desiderabilità e scarso follow-up. La seconda è organizzativa: l’offerta di MOUD e di percorsi di terapia del dolore è tuttora disomogenea; laddove il trattamento agonista è assente o erogato “a macchia di leopardo”, la buprenorfina non prescritta diventa merce, e la richiesta di analgesici ad azione centrale aumenta perché “compensa” astinenza e sofferenza psichica.

La terza è securitaria: la paura della diversion ha portato storicamente a restrizioni che, paradossalmente, alimentano il mercato interno; le prove disponibili suggeriscono invece che programmi completi e vigilati—anche con strumenti come formulazioni combinate buprenorfina/naloxone, film sublinguali meno manipolabili e protocolli di somministrazione osservata—riducano i tentativi di occultamento e i flussi di scambio. La quarta è ambientale: sovraffollamento, clima di tensione, caldo estremo e carenza di attività trattamentali spingono verso la “medicalizzazione del disagio”, con crescita della domanda di farmaci sedativo-analgesici.

In Italia i dossier più recenti quantificano un affollamento strutturalmente molto alto e segnalano un uso elevato (e talora improprio) di psicofarmaci, dato che, pur non riguardando solo gli analgesici, fotografa un contesto in cui i farmaci diventano risposta a bisogni non sanitari. Le cause “esterne” si collocano prima e dopo la detenzione. Prima, perché le tendenze prescrittive della comunità entrano in carcere con le persone: in vari Paesi europei il tramadolo ha assunto un ruolo centrale nei danni correlati agli oppioidi da prescrizione e i gabapentinoidi hanno visto un’impennata di consumo e segnalazioni di abuso; molti detenuti arrivano già in trattamento sostitutivo o con storie di automedicazione antalgica che condizionano aspettative e richieste in infermeria.

Dopo, perché l’uscita è una “zona rossa”: l’interruzione brusca di MOUD o di analgesici centrali aumenta il rischio di recidiva e overdose, mentre la continuità assistenziale dall’istituto al territorio, specie se pianificata con presa in carico immediata, riduce overdose e recidiva penale e migliora l’aderenza a sei mesi; su questo punto la letteratura degli ultimi anni è univoca e anche i grandi enti di ricerca hanno ribadito l’effetto protettivo del trattamento durante la detenzione e nel reingresso in comunità. In termini di politiche e pratiche, le evidenze migliori convergono su alcuni cardini: implementare e mantenere MOUD per chi ne ha indicazione clinica durante l’intera permanenza, evitando gap di trattamento all’ingresso e alla dimissione.

Standardizzare la valutazione del dolore con strumenti validati, distinguendo dolore cronico non oncologico e dolore neuropatico e riservando gli oppioidi alle condizioni giustificate, con revisione periodica del rapporto benefici/rischi; ridurre l’off-label dei gabapentinoidi e monitorare con attenzione le coprescrizioni “sinergiche” (oppioidi, benzodiazepine, Z-farmaci) che aumentano sedazione, discontrollo e uso improprio; usare strategie anti-diversion proporzionate senza negare l’accesso alla cura; rinforzare interventi non farmacologici (fisioterapia, esercizio guidato, tecniche di modulazione del dolore) per deflazionare la pressione prescrittiva.

Sul piano di sistema, infine, si dovrebbe investire nel raccordo strutturale con i servizi territoriali e nell’uso di telemedicina per garantire continuità dove il personale è insufficiente. Tutto ciò non è solo teoria: le indagini più ampie sui servizi carcerari mostrano che meno della metà delle carceri fornisce MOUD in modo sistematico, ma dove i programmi sono stati estesi si osservano migliori esiti clinici, riduzione dell’uso illecito e un impatto tangibile su overdose e re-incarcerazione. Nel contesto italiano, oltre alle raccomandazioni europee su screening, valutazione all’ingresso e piani di dimissione protetta per le vulnerabilità psichiche, stanno emergendo linee regionali.

Queste richiamano esplicitamente la corretta prescrizione di psicotropi e analgesici “ad alto rischio” negli istituti, con focus su appropriatezza delle indicazioni, osservazione dell’assunzione e tracciabilità. In parallelo, esperienze cliniche sull’impiego di buprenorfina/naloxone in carcere hanno evidenziato buona accettabilità e riduzione di pratiche manipolative quando si adottano formulazioni più difficili da triturare e protocolli operativi chiari. Su questo sfondo, il sovraffollamento documentato dai rapporti semestrali e annuali di Antigone—con tassi reali superiori al 130% e punte oltre il 150%—non è solo una statistica: è un amplificatore di domanda, conflitto e medicalizzazione, dunque anche un fattore strutturale che alimenta il circuito dell’abuso di analgesici e di altri psicofarmaci.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica, medico penitenziario.

Pubblicazioni scientifiche

Berk J, South AM et al. Health Justice. 2025; 13(4).

Regione Emilia-Romagna. Circolare 10/2024 su corretta prescrizione di psicotropi e analgesici in carcere.

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Dott. Gianfrancesco Cormaci
Dott. Gianfrancesco Cormaci
Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998; specialista in Biochimica Clinica nel 2002; dottorato in Neurobiologia nel 2006. Ricercatore negli USA (2004-2008) alle dipendenze dell'NIH/NIDA e poi della Johns Hopkins University. Guardia medica presso la Clinica Basile di Catania (dal 2013) e continuo presso la casa di Cura Sant'Agata a Catania (dal 2020). Detentore di un brevetto per la fabbricazione di sfarinati gluten-free a partire da regolare farina di grano. Responsabile della sezione R&D della CoFood s.r.l. per la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti alimentari, inclusi quelli a fini medici speciali. Medico penitenziario da Aprile 2024 presso la CC.SR. Cavadonna

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