Un nuovo studio presenta solide prove sul ruolo delle lisofosfatidil-coline (LPC) nell’insorgenza del morbo di Alzheimer. I ricercatori hanno scoperto che le LPC, composti che trasportano una varietà di acidi grassi sani al cervello, promuovono l’Alzheimer o proteggono da esso, a seconda della genetica individuale. I ricercatori della Mailman School of Public Health della Columbia University e del Taub Institute for Research on Alzheimer’s Disease and the Aging Brain presso il College of Physicians and Surgeons della Columbia University hanno condotto lo studio con collaboratori nella Repubblica Dominicana. I loro risultati sono pubblicati sulla rivista Nature Aging.
Nelle persone con il gene APOE ε4, un noto fattore di rischio per l’Alzheimer, alcune LPC sembrano essere dannose e aumentare il rischio di malattia. Nelle persone senza il gene, queste stesse LPC sembrano essere protettive. Circa un quarto degli americani è portatore di almeno una copia del gene APOE-e4, ma più della metà dei pazienti con Alzheimer segnalati sono portatori del gene. Le nuove scoperte potrebbero aiutare a personalizzare i trattamenti futuri, potenzialmente includendo integratori formulati con LPC e acidi grassi omega-3. Gli omega-3 possono ridurre l’infiammazione cerebrale, promuovere la sopravvivenza dei neuroni e supportare funzioni cognitive come la memoria e l’apprendimento.
I ricercatori hanno eseguito la metabolomica non mirata, una tecnica che sfrutta un’ampia rete per scoprire modelli di metaboliti molecolari, analizzando campioni biologici raccolti da tre fonti di dati e un totale di 1.068 partecipanti, inclusi 250 pazienti con Alzheimer e 818 controlli sani. Nella loro analisi, i ricercatori hanno scoperto forti evidenze di LPC nell’Alzheimer in fase iniziale nelle due coorti, ma in particolare solo nei pazienti la cui diagnosi di Alzheimer è stata confermata tramite esami del sangue per i biomarcatori pTau217 e pTau181. La relazione non è stata osservata nei pazienti con una diagnosi basata sui sintomi non confermata dagli esami del sangue.
La nuova ricerca identifica diversi altri composti collegati all’Alzheimer, tra cui metaboliti del triptofano, un amminoacido essenziale che contribuisce alla produzione di serotonina e melatonina, e della tirosina, un aminoacido essenziale delle proteine utilizzate per produrre diverse sostanze chimiche importanti, tra cui neurotrasmettitori come dopamina e noradrenalina (l’articolo cita una ricerca su persone sane che ha scoperto che la somministrazione orale di tirosina può migliorare la memoria e le funzioni cognitive). I ricercatori citano anche precedenti ricerche sugli effetti protettivi e neurotossici delle LPC e sul loro potenziale come biomarkers per l’Alzheimer.
E’ curioso come i clinici e gli specialisti geriatri e neurologi prescrivano nei pazienti post-ictus cerebrale e in quelli con demenza senile di grado intermedio integratori a base di colina alfoscerato (alfa-glicero-fosforilcolina), il prodotto di partenza della lecitina delle membrane cellulari deprivato della sua parte idrofoba (le code di acidi grassi). L’intento è quello di incentivare sia la sopravvivenza neuronale che il sistema colinergico (tramite l’apporto di colina), notoriamente compromesso nella demenza senile. Ma non è stato mai svolto uno studio volto a capire il destino metabolico della colina alfoscerato. Alla luce di queste nuove informazioni, questo precursore potrebbe avere due destini.
Il primo, quello di captare acidi grassi ed essere trasformato in lecitina per entrare a far parte delle membrane neuronali; il secondo, passare per intermedi LPC che potrebbero, al contrario, giocare un ruolo attivo nel peggioramento della malattia. La ricerca in corso del team mira a far luce su quando esattamente, durante la progressione della malattia, le LPC iniziano a svolgere un ruolo nell’insorgenza della malattia.
- A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.
Pubblicazioni scientifiche
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