sabato, Luglio 13, 2024

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Sensibilità al glutine: non è “in testa”, ma ci arriva accendendo la miccia dall’intestino

Ricercatori del Columbia University Medical Center (CUMC) di New York, suggeriscono che la sensibilità al glutine può insorgere a causa di una barriera intestinale indebolita, che innesca una risposta immunitaria infiammatoria quando il glutine viene consumato. Questa condizione è nota come sensibilità al glutine, sensibilità al glutine non-celiaca o sensibilità non-celiaca al frumento. Si stima che ben 18 milioni di americani manifestino sintomi simili in risposta all’assunzione di glutine, ma non hanno il danno intestinale che si manifesta con la malattia celiaca, né possiedono gli anticorpi contro la transglutaminasi (TGase-2). Tuttavia, gli studi sembrano aver identificato una spiegazione biologica per la sensibilità al glutine, fornendo la prova che il disturbo non è tutto mentale. Confrontando individui con malattia celiaca e individui sani, tutti i soggetti con sensibilità al glutine non celiaca hanno tutti riportato sintomi gastrointestinali dopo aver consumato cibi contenenti glutine, tra cui grano, orzo e segale.

Tali sintomi sono scomparsi quando gli alimenti contenenti glutine sono stati rimossi per un periodo di 6 mesi, ma sono ritornati quando reintrodotti nella dieta regolare. I ricercatori hanno prelevato campioni di sangue da tutti e tre i gruppi, che hanno usato per individuare i marcatori dell’attività immunitaria. Nei campioni di sangue di individui con malattia celiaca, i ricercatori non hanno rilevato marcatori di aumento dell’attività del sistema immunitario innato, nonostante questo gruppo abbia subìto danni intestinali significativi. Questo suggerisce che la risposta immunitaria intestinale nelle persone con malattia celiaca ha la capacità di neutralizzare i microbi che viaggiano attraverso la barriera intestinale danneggiata, che impedisce una risposta infiammatoria. Per gli individui con sensibilità al glutine non-celiaca, tuttavia, era una storia diversa: i ricercatori hanno scoperto che, mentre non possedevano linfociti T citotossici come nelle persone celiache, avevano un marker di danno cellulare intestinale e di attività immunitaria acuta.

Secondo gli autori, i pazienti con sensibilità al glutine non celiaca hanno una barriera intestinale indebolita a causa del danno cellulare intestinale, che innesca l’attività immunitaria infiammatoria in risposta al glutine. Gli individui con sensibilità al grano avevano i livelli sierici di proteina solubile CD14 significativamente alti, così come la reattività degli anticorpi contro lipopolisaccaride e flagellina batterici. Livelli circolanti di proteina 2 legante gli acidi grassi (FABP2), un marker del danno delle cellule epiteliali intestinali, erano significativamente elevati nei soggetti affetti e correlati con le risposte immunitarie ai prodotti microbici. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che i markers del danno delle cellule intestinali e dell’attività del sistema immunitario, tra gli individui con sensibilità al glutine non celiaca, si normalizzavano quando si astenevano dal mangiare cibi contenenti glutine per 6 mesi, supportando ulteriormente la loro teoria. I ricercatori stanno studiando il problema sin dal 2005, da quando hanno riscontrato delle sorprese.

Hanno scoperto, per esempio, che anticorpi anti-gliadina mostra una reattività crociata verso la sinapsina-1, una proteina dei neuroni che serve alla secrezione vescicolare. Qualche anno dopo, hanno riscontrato che individui affetti da schizofrenia risultavano positivi per anticorpi anti-gliadina e che esisteva una reattività per questi anche in bambini con disordine autistico. Ma non è l’unico gruppo di ricerca che trova prove contro la “mentalizzazione” della sensibilità al glutine. Altri gruppi hanno dati scientifici a favore di uno sbilanciamento del microbiota intestinale, e/o di una esagerata produzione di istamina da parte delle cellule delle cripte intestinali, tale da mimare una condizione del tipo “colite psicosomatica”. Altre evidenze vengono dai prodotti di digestione proteica dello stesso glutine. Quando esso non viene completamente digerito, nell’intestino rimangono peptidi (gluteorfine) che hanno sequenza analoga alle endorfine umane, i naturali oppioidi cerebrali e regolatori di alcuni aspetti del nostro comportamento.

Nel caso del glutine, la gliadina origina la gliadorfina-7, che può passare la barriera emato-encefalica e causare fenomeni che vanno dalla dipendenza verso pane e pasta, ad un comportamento simil-autistico e/o di disordine dell’attenzione (ADHD-like) nei bambini, fino a condizioni di atassia cerebellare negli adulti. Questo perchè il complesso “gluteomorfina” causa infiammazione della mucosa intestinale attraverso la stimolazione della produzione di citochine. La conclusione è che il primo cervello può essere vittima di effetti comportamentali, la cui vera radice è nei disordini del nostro secondo cervello, ovvero l’intestino.

  • a cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

Lerner A et al. Front Pediatr. 2019; 7:414.

DeGeorge KC et al. Prim Care. 2017; 44(4):693.

Uhde M et al. Gut. 2016; 65(12):1930-1937.

Catassi C. Ann Nutr Metab. 2015; 67:16-26.

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Dott. Gianfrancesco Cormaci
Dott. Gianfrancesco Cormaci
Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998, specialista in Biochimica Clinica dal 2002, ha conseguito dottorato in Neurobiologia nel 2006. Ex-ricercatore, ha trascorso 5 anni negli USA alle dipendenze dell' NIH/NIDA e poi della Johns Hopkins University. Guardia medica presso la casa di Cura Sant'Agata a Catania. In libera professione, si occupa di Medicina Preventiva personalizzata e intolleranze alimentari. Detentore di un brevetto per la fabbricazione di sfarinati gluten-free a partire da regolare farina di grano. Responsabile della sezione R&D della CoFood s.r.l. per la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti alimentari, inclusi quelli a fini medici speciali.

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