sabato, Luglio 13, 2024

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Il dolore cronico nelle sue varie forme può contribuire alla comparsa di demenza senile?

Il dolore muscoloscheletrico è comune nella popolazione generale e porta a funzioni fisiche limitate, scarsa qualità della vita e disabilità. È una delle principali preoccupazioni per la salute pubblica, con una prevalenza stimata del 74% negli anziani residenti in comunità. Il dolore muscoloscheletrico si verifica spesso in più siti, con studi che riportano in media il 58% delle persone con dolore muscolo-scheletrico che provano dolore in due o più siti. Rispetto al dolore in un singolo sito, il dolore in più siti è stato associato a una salute fisica e mentale peggiore, nonché a peggiori esiti relativi alla salute. La demenza, caratterizzata da un progressivo declino cognitivo, è un altro importante problema di salute pubblica, con impatti sostanziali sulla persona con demenza, sulla società, sull’economia e sui sistemi sanitari. La malattia vascolare cerebrale cronica è la principale malattia che porta alla demenza senile.

Attualmente non sono disponibili cure o trattamenti efficaci per modificare la malattia. Di conseguenza, l’identificazione e il targeting dei fattori di rischio modificabili per attuare strategie preventive sono esigenze urgenti. Pochi studi di coorte hanno indagato le associazioni del dolore muscoloscheletrico con il declino cognitivo e la demenza, con alcuni che mostrano che il dolore è correlato al declino della memoria, al declino cognitivo accelerato o all’aumento del rischio di demenza. Sebbene i meccanismi precisi non siano ancora chiari, sono stati proposti diversi meccanismi attraverso i quali il dolore contribuisce al deterioramento cognitivo o alla demenza. Ad esempio, è stato ipotizzato che la neuro-infiammazione indotta dal dolore possa essere implicata nella demenza e che il dolore possa distogliere l’attenzione competendo direttamente per le risorse di elaborazione cognitiva.

Inoltre, il dolore può contribuire a cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello che sono anche coinvolti nella funzione cognitiva, sebbene l’elaborazione stessa del dolore abbia una componente cognitivo-valutativa e, quindi, possono condividere una sovrapposizione intrinseca. Vivere con il dolore cronico può anche minare la resilienza del cervello al carico accumulato della patologia correlata alla demenza sul cervello. Al contrario, altre indagini non hanno riportato alcuna associazione tra dolore e deterioramento cognitivo o demenza, e hanno suggerito che il dolore potrebbe essere un sintomo correlato o prodromico piuttosto che una causa di demenza. Le potenziali ragioni dell’incoerenza tra gli studi potrebbero essere dipese da variazioni nel disegno dello studio e nella durata del follow-up (di solito ≤ 5 anni). Inoltre, la maggior parte degli studi precedenti non ha preso in considerazione i problemi del sonno o la dipendenza da oppiacei.

Uno studio pubblicato qualche mese fa ha dato il suo contributo al problema utilizzando i dati della biobanca britannica (UK Biobank) con oltre mezzo milione di partecipanti registrati e un periodo di follow-up di almeno 15 anni. Il numero dei pazienti che rispondevano ai requisiti dello studio è stato oltre 356 mila e sono stati seguiti per 13 anni. In questo frangente di tempo, sono comparsi 4959 nuovi eventi di demenza inclusi 2083 tipo-Alzheimer, 1092 casi di demenza vascolare e 166 casi di demenza fronto-temporale. I partecipanti che riportavano un numero maggiore di siti di dolore cronico sembravano avere una percentuale più alta di sviluppo di demenza incidente per tutte le cause, Alzheimer e demenza vascolare, rispetto a quelli senza dolore cronico. Rispetto ai partecipanti senza dolore cronico, i partecipanti che hanno sperimentato un numero maggiore di siti di dolore cronico erano più anziani, più probabilmente donne e fumatori attivi.

Inoltre, risultavano fisicamente inattivi, con un indice di massa corporea maggiore, più comorbilità, uso più elevato di FANS e oppioidi e alta probabilità di avere problemi psicologici. In totale, la presenza di una forma di dolore cronico ha aumentato la probabilità di quasi il 10% di sviluppare una forma di demenza senile in futuro. Gli esperti hanno anche osservato associazioni significative del numero di siti di dolore cronico con demenza incidente per tutte le cause, e demenza tipo-Alzheimer tra i partecipanti di età <65 anni e ≥ 65 anni, mentre la dimensione dell’effetto era leggermente maggiore tra quelli di età pari o superiore a 65 anni. Il dato più preoccupante ottenuto è che maggiore era il numero d siti corporei dove si accusava dolore cronico (da 1 a 4), e maggiore risultava la probabilità di sviluppare una forma di demenza.

Quest’ultima scoperta fornisce ulteriore supporto al fatto che il numero di siti di dolore cronico può essere un fattore di rischio per la demenza incidente poiché il gruppo più giovane ha meno probabilità di essere affetto da causalità inversa. Sebbene i meccanismi sottostanti che mediano il dolore-demenza non siano chiari, potrebbe essere plausibile che il dolore cronico possa non solo competere direttamente con le risorse di elaborazione cognitiva e distogliere l’attenzione, ma porti anche a neuro-infiammazione e cambiamenti neuropatologici coinvolti nell’elaborazione cognitiva e nella demenza. La neuro-infiammazione è riconosciuta contribuire a condizioni mediche che vanno dalla depressione cronica alla fibromialgia, dall’artrite reumatoide al long-COVID. Tutte queste forme di dolore cronico, spesso beneficiano di integrazione con molecole naturali antinfiammatorie piuttosto che antidolorifiche.

Il dolore cronico nell’artrite reumatoide, per esempio, può rispondere bene all’integrazione con curcuma; mentre quello del long-COVID con la combinazione luteolina + PEA (polifenolo + endocannabinoide), mentre la depressione spesso risponde ad antiossidanti e antinfiammatori di origine vegetale, come estratto di mirtilli, di semi d’uva ed altri molto ricchi di polifenoli naturali. Quindi, se in queste condizioni croniche l’infiammazione periferica è responsabile dei sintomi clinici, la loro componente infiammatoria nel cervello può nel tempo danneggiare i neuroni cerebrali e contribuire alla comparsa di declino cognitivo. In presenza, dunque, di dolore cronico è bene gestire non solo il dolore ma non trascurare il lato della neuro-infiammazione che spesso è silente. Nel neuro-COVID, per esempio, i sintomi di neuro-infiammazione sono palesi: difficoltà di concentrazione, confusione, sonnolenza, affaticamento veloce e amnesie.

Ma per artrite reumatoide, fibromialgia, sclerosi multipla, mal di schiena cronico e malanni analoghi, l’affaticamento ed il dolore vengono trattati con analgesici o farmaci che regolano la risposta immunitaria, come per le malattie autoimmuni. Se il rischio di declino cognitivo esiste in tutte queste condizioni, vuol dire che il trattamento analgesico e antinfiammatorio corrente non risulta specifico verso la neuro-infiammazione. Ecco perché, in assenza di innovazioni rivoluzionarie al momento, è bene gestire il dolore cronico anche evitando scelte di vita predisponenti all’infiammazione generale (tabagismo forte, uso/abuso di alcolici) e lavorando sia a tavola che con integratori specifici. Perché un ramoscello lo si spezza con due dita, ma una fascina di 20 ramoscelli non la spezza nemmeno il più forte tra gli uomini.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

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Dott. Gianfrancesco Cormaci
Dott. Gianfrancesco Cormaci
Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998, specialista in Biochimica Clinica dal 2002, ha conseguito dottorato in Neurobiologia nel 2006. Ex-ricercatore, ha trascorso 5 anni negli USA alle dipendenze dell' NIH/NIDA e poi della Johns Hopkins University. Guardia medica presso la casa di Cura Sant'Agata a Catania. In libera professione, si occupa di Medicina Preventiva personalizzata e intolleranze alimentari. Detentore di un brevetto per la fabbricazione di sfarinati gluten-free a partire da regolare farina di grano. Responsabile della sezione R&D della CoFood s.r.l. per la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti alimentari, inclusi quelli a fini medici speciali.

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