sabato, Aprile 13, 2024

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L’impatto di una dieta poco infiammatoria sul rischio genetico di diabete: è ora di arrivare alla “personalizzazione”?

Nel 2021 oltre al 7% della popolazione mondiale è stato diagnosticato un diabete, che ha causato oltre 6 milioni e mezzo di morti, rappresentando la terza causa di decesso per malattia dopo tumori e cardiopatie. Il diabete viene gestito con farmaci o insulina; tuttavia, le modifiche dello stile di vita e una dieta sana possono ridurre il rischio relativo di diabete dal 40% al 70%. Le prove suggeriscono un ruolo causale per l’infiammazione sistemica di basso grado in condizioni croniche; e alcuni studi hanno riportato associazioni significative tra diete ad alto contenuto infiammatorio ed elevato rischio di diabete tipo 2 (T2D). Lo stile di vita e i fattori genetici possono contribuire alla sua comparsa: Il ruolo della dieta sembra fondamentale, poiché un’alimentazione troppo “occidentale” e povera di fibre, nutrienti e alimenti crudi può sbilanciare la flora batterica intestinale, che si orienta verso una componente infiammatoria dettata dai batteri Gram-negativi.

Tuttavia, nessuno studio ha esaminato l’effetto delle diete antinfiammatorie sulla progressione dal prediabete al diabete. Esplorare le interazioni gene-dieta nello sviluppo del diabete potrebbe identificare gli individui predisposti; non si tratta, infatti, solamente di dire “il paziente ha sviluppato diabete perché anche il padre era diabetico e la nonna paterna lo era parimenti”. Ciò potrebbe anche aiutare a determinare se le raccomandazioni nutrizionali personalizzate potrebbero rappresentare una buona forma di prevenzione. Inoltre, non è noto se l’adesione a una dieta a basso contenuto infiammatorio possa ridurre la predisposizione genetica al T2D. Un nuovo studio ha esaminato le associazioni tra diete a basso contenuto infiammatorio e rischio di sviluppare diabete tipo 2 usando dati della grande UK BioBank. Lo studio ha incluso 142.271 individui non diabetici. Di questi, 16.068 erano prediabetici e 126.203 erano normoglicemici.

Durante un follow-up medio di 8 anni, 3.348 individui normoglicemici e 2.496 prediabetici hanno sviluppato T2D. Allo screening iniziale sono stati misurati i livelli di emoglobina glicata (HbA1c) e di proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsPCR). I ricercatori hanno calcolato un punteggio di rischio genetico ponderato (GRS) per valutare l’effetto del rischio genetico sul T2D. Un indice di dieta infiammatoria (IDI) è stato stimato dalla somma ponderata dell’assunzione di 18 gruppi di alimenti pro-infiammatori e 16 anti-infiammatori. Punteggi IDI più alti erano associati a un aumento del rischio di T2D nel gruppo normoglicemico, mentre un IDI moderato o basso era associato a un rischio ridotto. Inoltre, le diete con un IDI moderato ritardavano l’insorgenza del T2D di 2,2 anni rispetto a quelle con un IDI elevato. Nel gruppo prediabete, l’IDI era associato in modo dose-dipendente al T2D.

Inoltre, è stata riscontrata una maggiore incidenza di T2D tra i partecipanti con un rischio genetico moderato o alto per il T2D rispetto a quelli con un rischio genetico basso. Tra gli individui normoglicemici con basso rischio genetico, un IDI basso o moderato era significativamente associato a un rischio di T2D ridotto del 74% o 71%. Le diete a basso contenuto infiammatorio possono anche ritardare l’insorgenza del diabete di 2 anni tra le persone con normoglicemia e di 1,2 anni tra quelli con prediabete. Inoltre, le diete a basso contenuto infiammatorio possono alleviare il rischio di fattori genetici per lo sviluppo del T2D. I meccanismi biologici responsabili della diminuzione del rischio di diabete di tipo 2 attribuibile a una dieta a basso potenziale infiammatorio, soprattutto tra i partecipanti a rischio genetico più elevato, sono multipli e non completamente compresi. Sicuramente la qualità del cibo può influire, come detto sopra, senza contare che abitudini voluttuarie come consumo di alcolici e fumo di sigaretta possono avere il loro peso.

Il consumo di alimenti pro-infiammatori, in particolare carne rossa, carne lavorata (insaccata, conservata) e dolci che contengono componenti come grassi saturi, prodotti finali della glicazione avanzata, ferro eme, nitrosamine, nitrito di sodio e nitroso-composti, può avere effetti tossici sulle cellule β pancreas o compromettono la sensibilità all’insulina. Infatti, i nitrosi-derivati e i nitriti aggiunti alla carne conservata non sono solamemente cancerogeni: lo diventano a dosi che non sono ammissibili in campo alimentare. E’ possibile tuttavia, che il rischio di tossicità di queste sostanze diventi cumulativo, specie se proveniente da più fonti alimentari e con un uso reiterato ed abitudinario. Invece, aderire a una dieta a basso contenuto infiammatorio può migliorare l’iperglicemia a lungo termine, il profilo lipidico e preservare la funzione delle cellule β, prevenendo così la resistenza all’insulina, la composizione corporea, la pressione sanguigna e i disturbi metabolici.

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  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD; specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

Yang R, Lin J et al. BMC Med. 2023; 21:483.

Zhang W et al. Chin Med J (Engl). 2023 Dec 8. 

Yang C, Yang Q et al. Endocrine. 2023 Dec 4. 

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Dott. Gianfrancesco Cormaci
Dott. Gianfrancesco Cormaci
Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998, specialista in Biochimica Clinica dal 2002, ha conseguito dottorato in Neurobiologia nel 2006. Ex-ricercatore, ha trascorso 5 anni negli USA alle dipendenze dell' NIH/NIDA e poi della Johns Hopkins University. Guardia medica presso la casa di Cura Sant'Agata a Catania. In libera professione, si occupa di Medicina Preventiva personalizzata e intolleranze alimentari. Detentore di un brevetto per la fabbricazione di sfarinati gluten-free a partire da regolare farina di grano. Responsabile della sezione R&D della CoFood s.r.l. per la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti alimentari, inclusi quelli a fini medici speciali.

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